Steve Hackett – Steve Rothery
L’allievo che incontra il maestro: un classico, in fondo. Ma l’incrocio tra le chitarre dei Genesis e dei Marillon è un evento che neanche la più fervida immaginazione dei fan progressive avrebbe potuto concepire. Un progetto nato otto anni fa e proseguito attraverso varie registrazioni finché – come dicono i due nell’intervista a OndaRock – “siamo riusciti a portare la nave in porto”.
Ecco allora Steve Rothery, chitarrista dei Marillion, band nata alla fine dei Settanta nel culto dei Genesis prima di emanciparsi fino a costruire un proprio inconfondibile linguaggio, che incontra finalmente uno dei suoi maestri: Steve Hackett, l’uomo che aveva contribuito a ridefinire possibilità, timbri e ruolo della chitarra nel prog britannico proprio all’interno della formazione capitanata prima da Peter Gabriel e poi da Phil Collins. Più che una semplice collaborazione, insomma, “The Roaring Waves” pare l’incrocio scritto nel destino tra due rami dello stesso albero genealogico. Un incontro che potrebbe peraltro non esaurirsi qui: come ci hanno raccontato Hackett e Rothery nell’intervista, l’intesa è stata tale da lasciare aperta la porta a un possibile seguito discografico, oltre all’imminente tour.
La buona notizia è che, una volta messi insieme i due Steve, nessuno ha sentito il bisogno di organizzare le Olimpiadi della chitarra. “The Roaring Waves” evita accuratamente la trappola più prevedibile: trasformare l’incontro in una successione di assoli, virtuosismi e duelli incrociati. Hackett e Rothery preferiscono scambiarsi i ruoli e lasciar spazio l’uno all’altro. È proprio da questa complementarità che nasce il carattere del disco: da una parte il sustain liquido, i bending dilatati e il fraseggio melodico di Rothery; dall’altra l’eclettismo di Hackett, che passa dalla chitarra classica alle distorsioni, dalla dodici corde al sitar, dalla slide alle inflessioni blues.
A tenere insieme le due personalità è soprattutto la costruzione atmosferica. Interamente strumentale, il disco utilizza il tema del mare non tanto come concept narrativo quanto come principio compositivo: quiete e tempesta, superficie e profondità, dilatazione e improvvise accelerazioni determinano dinamiche, timbri e arrangiamenti. L’origine di questo immaginario è Whitby, cittadina costiera del North Yorkshire dove Rothery è cresciuto e dove il fragore delle onde durante l’inverno è diventato parte della memoria musicale del chitarrista. Uno scenario che riporta alla mente le atmosfere di “Beyond The Shrouded Horizon”, l’album di Hackett del 2011, in cui la salsedine delle spiagge britanniche impregnava più di una traccia. Musicalmente, il risultato è un prog prevalentemente atmosferico, attraversato da ambient, psichedelia, folk, blues ed elettronica, nel quale Mellotron, Hammond, sintetizzatori e orchestrazioni donano ulteriore profondità al sound, riportando a tratti le lancette indietro al 1975, l’anno del leggendario Lp solista di Hackett “Voyage Of The Acolyte”.
“The Storm” è la perfetta introduzione all’opera: rumori di pioggia e vento preparano un crescendo nel quale la batteria di Daniele Pomo acquista un andamento quasi marziale, mentre Hackett interviene con una linea elettrica aspra e struggente. “Sandsend” lavora invece per sottrazione, rallentando il battito e affidandosi alle note lunghe, agli spazi fra i fraseggi e a una malinconia sospesa di stampo floydiano, nella quale emerge maggiormente la sensibilità melodica di Rothery.
“Red Dragon” cambia drasticamente rotta: la ghironda iniziale introduce una componente arcaica e folk, presto contaminata dalla chitarra sitar di Hackett e da un riff più robusto di Rothery. Psichedelia orientale, reminiscenze beatlesiane e inflessioni celtiche si alternano in rapida successione, senza trasformare il pezzo in un semplice esercizio citazionista. “‘Red Dragon’ era il nome della nave utilizzata dalla Compagnia delle Indie Orientali nei suoi primi anni. Ho usato, tra gli altri, una chitarra sitar per conferire quell’autentica atmosfera orientale”, ha spiegato l’ex-chitarrista dei Genesis.
Il cuore dell’album resta però la title track. L’apertura acustica riporta Hackett verso il suo retroterra classico, con arpeggi articolati e una cura quasi cameristica del tocco; Rothery entra progressivamente negli interstizi della trama con lick e note sostenute, finché basso, batteria e sintetizzatori allargano lo spettro sonoro e trasformano il brano in una lunga digressione elettrica. È uno dei momenti in cui l’intesa appare più naturale: invece di alternare semplicemente gli assoli, le due chitarre finiscono per costituire un unico organismo melodico.
Per certi versi ancora più interessante è “K-129”, dedicata al sottomarino sovietico scomparso nel Pacifico durante la Guerra Fredda. Qui la componente progressive tradizionale arretra in favore di un’elettronica scura, vicina alla kosmische musik degli anni 70: pulsazioni sintetiche, segnali sonar, percussioni rarefatte e chitarre fortemente processate con delay e riverberi costruiscono uno spazio claustrofobico, con la batteria di Leon Parr che accentua la dimensione ipnotica, specie nel finale. Rothery sfrutta soprattutto la profondità del suono, mentre Hackett introduce elementi di maggiore instabilità armonica. È forse il punto in cui “The Roaring Waves” si allontana di più dalla rassicurante idea di un incontro fra due veterani del prog.
“The Black Sea”, primo singolo estratto, ne prolunga il versante più oscuro: la ritmica resta trattenuta, quasi rituale, mentre riverberi e tastiere producono una sensazione di sospensione sulla quale Hackett distende uno degli assoli più visionari del disco. “Pacific Coast Highway” rompe infine la tensione accumulata fin qui: Hammond, slide, l’armonica a bocca (blues harp) di Hackett e una sezione ritmica più disinvolta traghettano verso un groove blues-rock, mentre i cori femminili privi di testo (affidati anche alle rispettive mogli dei due, entrambe di nome Jo) donano un senso di luminosità. Dopo abissi, sonar e mari in tempesta, l’album riemerge così in superficie con il suo episodio più disteso e diretto.
“The Roaring Waves” non prova dunque a reinventare il progressive rock né a capitalizzare il legame che unisce i Genesis e i Marillion, a lungo considerati loro eredi se non, dai loro detrattori, veri e propri cloni. La sua qualità principale sta nella capacità di far convivere due concezioni della chitarra immediatamente riconoscibili senza costringerle a perdere identità. Attorno a loro, il lavoro di Riccardo Romano al basso, alle tastiere e alla produzione e Daniele Pomo alla batteria, membri dello storico gruppo prog italiano Ranestrane, arricchiscono il progetto, schivando il rischio di relegarlo a una mera sfida tra due chitarre.
Più che guardare indietro alla storia del progressive rock o imbastire gare di velocità, Hackett e Rothery sembrano interessati ad ascoltarsi reciprocamente, lasciando che siano timbro, dinamica e atmosfere a raccontare il rapporto fra le loro chitarre. Se “The Roaring Waves” dovesse davvero avere un seguito, sarebbe soprattutto questa intesa, ancor più che il prestigio dei due protagonisti, a renderlo interessante. Provateci ancora, capitani prog.
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18/09/2026
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