Basilicata

Caso Paolo Giorgi, dalla foto mancante alle 13 ore di buco: le tesi della difesa

Caso Paolo Giorgi, dalla fotografia scomparsa alle 13 ore di buio la tesi della difesa e la terza memoria depositata nella procura di Locri dove vengono evidenziate le anomalie nelle tredici ore del riconoscimento fotografico.


LOCRI – Il giallo della Polaroid e le tredici ore che possono cambiare il caso Giorgi. Non si ferma il nuovo fronte giudiziario sul caso di Paolo Giorgi. La difesa, rappresentata dall’avvocato Antonio Russo, nei giorni scorsi ha depositato la terza memoria nell’ambito del procedimento aperto nel maggio 2026 dalla Procura di Locri dopo la denuncia presentata da Giorgi. Al centro, una serie di anomalie che, secondo la ricostruzione difensiva, riguardano il riconoscimento fotografico che portò Giorgi alla condanna dell’omicidio di Giuseppe Aguì.

Paolo Giorgi, uomo di San Luca, ha trascorso 28 anni in carcere dopo essere stato condannato per l’omicidio di Aguì e per il ferimento dei fratelli Giovanni e Antonio Meduri. Fatti avvenuti a Bovalino il 29 novembre 1991. Secondo la ricostruzione investigativa dell’epoca, l’agguato contro i Meduri sarebbe stato una ritorsione per l’omicidio di Francesco Strangio, ucciso durante una rapina nell’ottobre 1991 alla gioielleria dei Meduri. È dentro questa pista che la difesa colloca il primo snodo della vicenda.

I MANCATI RICONOSCIMENTI NELLA NOTTE E LE PRIME ANOMALIE AL CENTRO DELLA TESI DELLA DIFESA DI PAOLO GIORGI

L’ultima memoria difensiva chiede ora oltre la ricerca della “Poloroid” anche di ricostruire anche «la sequenza delle decisioni investigative assunte nelle ore successive al delitto». Infatti, nelle ore successive all’omicidio, diversi giovani di San Luca legati a Strangio vennero condotti al commissariato di Polizia di Bovalino. Tra questi c’era Giorgi. A loro venne eseguito lo Stub. Poi tutti furono rimandati a casa. In quella notte tra il 29 e il 30 novembre iniziano anche i riconoscimenti fotografici. Alle 00.30, nel commissariato di Bovalino, viene redatto un primo verbale di identificazione fotografica.

A uno dei Meduri, fratello dei feriti, vengono mostrate otto fotografie. Quella di Giorgi non compare. Alle 00.55 viene effettuata una seconda identificazione. Altri otto soggetti vengono mostrati all’altro fratello: quattro sono già comparsi nel precedente riconoscimento, due con un numero fotografico differente e due nella stessa posizione. Al numero 2 c’è Paolo Giorgi. Il risultato è negativo. Giorgi non viene riconosciuto come uno degli autori della rapina nella quale era stato ucciso Strangio. È questo il passaggio che la difesa considera decisivo.

IL RICONOSCIMENTO IN OSPEDALE E L’INDIVIDUAZIONE DI GIORGI COME “SPARATORE”

Se la pista sull’omicidio Aguì nasceva dal collegamento con la rapina e dalla ricerca dei suoi autori, quel mancato riconoscimento avrebbe dovuto, secondo la memoria, allontanare Giorgi da quella linea investigativa, così come avvenne per gli altri soggetti. Invece, poche ore dopo, Giorgi torna al centro dell’indagine. Alle 13.40 del 30 novembre 1991, con verbale chiuso alle 14.10, all’Ospedale di Locri viene effettuata una nuova ricognizione fotografica. Giovanni Meduri, uno dei fratelli feriti nell’agguato, è ricoverato nel reparto di Ortopedia.

I carabinieri gli mostrano cinque fotografie, definite nel verbale «istantanee tipo Polaroid numerate da 1 a 5». Sono quelle mostrate a suo fratello durante la notte. Una delle foto ritrae un soggetto con un’altezza inferiore rispetto al metro e settanta indicato dal testimone, oltre a carnagione e capelli scuri. Meduri indica la fotografia numero 2, quella di Paolo Giorgi, e lo riconosce con certezza come «lo sparatore», cioè la persona che il giorno precedente, secondo quanto verbalizzato, impugnava il fucile e aveva sparato contro lui e i suoi congiunti.

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NELLE TESI DELLA DIFESA OLTRE LA FOTO SCOMPARSA ANCHE LE INCONGRUENZE ORARIE E QUELLA NOTIFICA A PAOLO GIORGI IN CASERMA

La difesa qua solleva un interrogativo. Per arrivare alla fotografia di Giorgi avrebbe dovuto esserci una precedente attività investigativa: una descrizione fisica dello sparatore, una dichiarazione, un verbale di sommarie informazioni o comunque un atto capace di condurre gli investigatori all’identificazione del soggetto. Secondo la memoria, di questo passaggio non vi sarebbe traccia. La sequenza degli atti prosegue nella stessa giornata. Alle 15.30, davanti al pubblico ministero Bruno Muscolo, viene sentito a sommarie informazioni Giovanni Meduri. Dopo aver descritto lo sparatore, dichiara: «sono disponibile a riconoscere di presenza colui che mi ha sparato». Il verbale viene chiuso alle 16.10.

Ma negli atti c’è un altro orario che la difesa considera significativo: le 15.00. A quell’ora, secondo il verbale, i carabinieri notificano a Giorgi un provvedimento firmato dal pm Muscolo con il quale gli viene intimato di presentarsi «in qualità di persona sottoposta alle indagini per i predetti reati» presso l’Ospedale civile di Locri, reparto Ortopedia, «per essere sottoposto ad individuazione di persona». Il provvedimento viene notificato negli uffici della Compagnia di Locri. Ed è qui che la memoria pone una domanda centrale: se all’ospedale, alle 13.40, vengono mostrate cinque fotografie, perché soltanto Giorgi viene preventivamente portato in caserma? Perché gli altri quattro soggetti non seguono lo stesso percorso?

L’INDIVIDUAZIONE DI PERSONA IN OSPEDALE E LE PAROLE DEL TESTIMONE

Giorgi viene quindi portato in ospedale. Alle 16.40, nel reparto di Ortopedia, comincia l’individuazione di persona. L’atto è condotto dal pubblico ministero Bruno Muscolo, assistito da ufficiali e agenti di polizia giudiziaria. Il pm invita Meduri a descrivere la persona da riconoscere. È in questa fase che il testimone pronuncia una frase riportata integralmente nel verbale: «Ho reso delle dichiarazioni alla S.V. in ordine alla persona che mi ha sparato contro e per come ho già detto, le persone che dovevo riconoscere le ho già viste fotograficamente». Giorgi ora richiama l’attenzione proprio su quelle parole, e in particolare sul verbo «dovevo riconoscere». Il riconoscimento viene organizzato dietro una porta a vetri. Sul vetro viene applicato un foglio di giornale con un piccolo foro al centro. Attraverso quello spioncino Meduri può osservare i tre soggetti.

Viene fatto entrare Paolo Giorgi insieme a due figuranti scelti, si legge nel verbale, «per somiglianza fisionomica e di abbigliamento»: un agente della Polizia di Stato e un vicebrigadiere dei carabinieri. Meduri osserva i tre attraverso il foro, indica Giorgi e lo riconosce. Il verbale viene chiuso alle 17.30, nella parte finale dello stesso c’è un passaggio manoscritto: «Giorgi ha fatto presente se per l’espletamento di detti atti era prevista la presenza del difensore, e quest’ufficio lo ha notiziato non è prevista l’assistenza di un difensore». Quello delle 16.40 è il terzo e ultimo passaggio compiuto con Giovanni Meduri in cui vede in foto e di persona l’indagato.

NELLA TESI DELLA DIFESA DI GIORGI TANTI INTERROGATIVI SULLE TREDICI ORE DI VUOTO CHE HANNO CAMBIATO LA VITA DI PAOLO

La memoria torna quindi al punto di partenza: cosa è accaduto tra le 00.55 e le 13.40? La difesa chiede oggi alla Procura di Locri di verificare se «l’attività che portò alla fotografia numero “2” fu delegata dal magistrato oppure nacque da un’iniziativa autonoma dei carabinieri». E ancora: quali comunicazioni intercorsero tra i diversi uffici? Chi decise di riproporre la fotografia di Giorgi dopo il riconoscimento negativo delle 00.55? Da dove proveniva quella fotografia? Era già nella disponibilità degli investigatori? E soprattutto, chi dispose l’attività che portò alla fotografia numero 2?

Ma il punto, per la difesa, non è soltanto stabilire dove siano finite le fotografie. È capire come quella fotografia,  «se esiste», sia arrivata sul tavolo degli investigatori, e quale percorso abbia riportato Giorgi tra i sospettati dopo il riconoscimento negativo delle 00.55.

Secondo la memoria, manca anche il verbale che dovrebbe documentare l’attività investigativa precedente al riconoscimento delle 13.40, quella che avrebbe dovuto consentire di arrivare alla fotografia di Giorgi. E manca, soprattutto, una spiegazione documentale capace di ricostruire il passaggio tra il primo riconoscimento e quello del pomeriggio. La difesa prospetta quindi una duplice anomalia: da un lato l’assenza della fotografia utilizzata per il riconoscimento; dall’altro l’assenza, secondo la memoria, di elementi documentati che spieghino il ritorno di Giorgi nella cerchia dei sospettati.

LA RICHIESTA ALLA PROCURA E IL NODO DELLA REVISIONE

Da qui la richiesta alla Procura di accertare anche l’eventuale rilevanza di falsità in atti o in giudizio, richiamando la giurisprudenza della Cassazione sull’accertamento della verità sostanziale nel giudizio di revisione. Ma prima della qualificazione giuridica viene la ricostruzione dei fatti. Atto dopo atto. Verbale dopo verbale. Ora dopo ora. Perché il nodo della nuova memoria non è soltanto la Polaroid che non si trova. È ciò che accadde nelle tredici ore che separano il mancato riconoscimento delle 00.55 dalla fotografia numero 2 delle 13.40. In quelle 13 ore che cambiarono per sempre la vita di un 21enne.


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