“Raccontiamo un sistema di uccisioni di massa”. Le parole dei registi del documentario Naza nella clip esclusiva per Il Fatto
“Il nostro primo obiettivo era raccontare un sistema di uccisioni di massa”, prima ancora che chiedersi come sia stato possibili che tanti giovani israeliani e israeliane abbiano potuto partecipare “come ingranaggi” convinti di potersi proteggere sotto la corazza morale dell’eseguire “ordini di altri”. Così i registi e giornalisti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor descrivono il cuore del loro documentario Naza, vincitore del Premio speciale della giuria all’83a Mostra del Cinema di Venezia: raccontare dall’interno, con testimonianze di 24 ufficiali dell’esercito israeliano, regole e tecniche adottate per radere al suolo Gaza dopo il 7 ottobre 2023 e uccidere una quantità di civili stimata in 73 mila persone in due anni e mezzo. Dalle loro parole si comprende anche il motivo degli attacchi frontali e senza quartiere che il film e i registi hanno ricevuto da parte dei ministri del governo di Benjamin Netanyahu a Gerusalemme, responsabile dell’offensiva “Spade di ferro” su Gaza, ma anche da parte dei militari dell’Idf e di tutta l’opposizione politica a Netanyahu, da Gadi Eisenkot a Benny Gantz, Naftali Bennet e Yair Lapid, che bollano le testimonianze come “calunnie”.
Mentre dall’esercito si nega di aver mai adottato i criteri laschi per l’uccisione di civili che le fonti di Naza descrivono nel dettaglio, il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, noto per le sue aggressioni verbali e l’incitamento alla pulizia etnica dei palestinesi e alla violenza contro chi difende i loro diritti, ha intimato Abraham e Szor ad “andarsene” da Israele, perché sono “una vergogna”: “Sono certo che i vostri amici, cioè i nostri nemici Hamas a Gaza, vi accoglieranno a braccia aperte”. Ha fatto di più il ministro della cultura del Likud, Miki Zohar, che ha annunciato l’intenzione di revocare la cittadinanza israeliana ai due registi (un potere che non ha), accusandoli di “tradimento contro lo Stato” ebraico. Sui social circolano meme con i due registi impiccati alla forca. Il Consiglio israeliano del cinema ha annunciato una revisione urgente dei criteri di valutazione dei festival internazionali che accolgono opere di autori israeliani, definendo Naza un “grave atto di diffamazione” contro l’Idf e condannando la Mostra del Cinema di aver fatto da palcoscenico all’operazione.
Naza uscirà nelle sale italiane dal 28 al 30 settembre. Non sarà distribuito in Israele, e quindi in gran parte resterà sconosciuto al pubblico generale.
Il documentario e il suo impatto è stato uno dei temi di discussione dell’incontro “Israele e Palestina: due popoli senza Stati” che si è tenuto domenica 13 settembre alla festa del Fatto Quotidiano in Versiliana. Ospiti dell’evento la relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi Francesca Albanese e la storica e saggista Anna Foa, moderati da Riccardo Antoniucci e dalla condirettrice del Fatto Maddalena Oliva. Il discorso è ruotato attorno alle confessioni dei soldati Idf intervistati in Naza, i quali ammettono (in parte) di aver preso parte a un sistema di uccisioni di massa e un “genocidio”. Come anche i registi di Naza, Francesca Albanese ha ricordato che queste denunce sono arrivate prima dal lavoro dei tanti giornalisti gazawi che hanno documentato in conflitto in assenza di giornalisti internazionali nella Striscia (più di 200 di loro sono stati uccisi nei raid israeliani). Foa ha invece ha illustrato come almeno dal 2025 nella comunità di sinistra radicale israeliane si è consolidato l’uso del termine genocidio per descrivere la guerra a Gaza.
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