Economia

Bollette e stoccaggi, per le imprese italiane arriva un’altra crisi del gas

ROMA – Ci risiamo. Cinque anni dopo l’invasione dell’Ucraina, e il divorzio dal gas russo, l’industria europea si trova in mezzo ad un’altra crisi delle bollette. Crisi europea, perché la nuova escalation in Medio Oriente e il blocco dei flussi di Gnl dal Qatar hanno spinto i prezzi del metano da 30 a 80 dollari, un livello che non si vedeva dal 2022, mentre le scorte ai minimi fanno presagire un inverno di passione. E crisi nella crisi per l’Italia, visto che da noi il gas si paga pure qualche euro di più e l’elettricità all’ingrosso è la più cara del continente, sopra i 200 euro al megawattora. Vero: i picchi spaventosi toccati quattro anni fa sono lontani. Ma questa crisi sobbolle più lenta e l’ipotesi che potesse rientrare in tempi brevi sta svanendo, riportando alla luce — in un continente che ambisce alla riscossa industriale — una strutturale fragilità competitiva: «Sono prezzi insostenibili, per noi significano un raddoppio dei costi di produzione, con il solito extra rispetto al resto d’Europa e al resto del mondo», dice Aldo Chiarini, presidente di Gas Intensive, il consorzio che unisce le aziende dei settori energivori come carta, ceramica, vetro, metalli. «Mi preoccupa il fatto che nel 2022 vedevo la coscienza che si dovesse intervenire, oggi no».

Disunione europea

Se la coscienza c’era, in realtà ha prodotto ben poco: cinque anni persi. E questo è vero prima di tutto a livello europeo. Prendiamo gli stoccaggi. Dopo l’addio al metano di Putin si parlava di acquisti e depositi comuni, invece ogni Paese va per la sua strada. Risultato? Quest’anno l’Europa si ritrova ad approcciare la stagione fredda con il livello di stoccaggi più basso degli ultimi dieci anni, al 67%. L’Italia ha fatto i compiti, sta all’84%, non la Germania, la prima consumatrice, che avendo scommesso su un rientro dei prezzi viaggia al 55. La Commissione continua a dire che l’obiettivo dell’80% — già ridotto di dieci punti — è raggiungibile, che non ci saranno problemi per l’inverno. Forse è anche un modo per difendere lo stop definitivo all’import di gas liquefatto russo che scatterà a gennaio. Molti analisti la vedono diversamente. Nel caso di un inverno molto freddo le scorte potrebbero esaurirsi. E anche con temperature medie chiuderanno la stagione ai minimi storici, tenendo alta la tensione sui prezzi. «Eventuali rischi in un Paese come la Germania pesano poi in termini di prezzo su tutti gli altri», dice Massimo Beccarello, professore di Economia all’Università Bicocca. «La sicurezza andrebbe gestita con una strategia unica, non come la somma di 27 politiche di sicurezza».

La situazione degli stoccaggi in Europa

Il decreto incompiuto

In questo contesto si innesta l’ulteriore fragilità italiana. Quei tre preziosi euro in più che costa il gas al nostro Psv, rispetto alla borsa Ttf di Amsterdam. E quel mix produttivo in cui, complice la scarsa diffusione delle rinnovabili, sono le più costose centrali a metano a fare il prezzo dell’elettricità. Su entrambi i fronti, dopo lunga gestazione e una furiosa battaglia di lobby, doveva intervenire il decreto Bollette approvato dal governo la scorsa primavera, una soluzione «strutturale» per tagliare i prezzi, assicurava la premier. Solo che a dispetto dell’urgenza proprio le misure strutturali restano inattuate, tra ostacoli tecnici e difficili interlocuzioni con Bruxelles. Quella per azzerare lo spread di costo tra Psv e Ttf è ferma dopo le obiezioni mosse all’Autorità per l’energia (Arera) da Eurogas, l’associazione europea di settore (Eni compresa), che denuncia possibili distorsioni del mercato. Quella che voleva spostare il costo delle emissioni di CO2 (gli Ets) dagli impianti termoelettrici alle bollette, evitando così che “gonfi” il prezzo dell’elettricità, si è scontrata contro il prevedibile no di Bruxelles: il sistema Ets non si tocca. C’è un’altra via ammissibile per lo stesso scopo, rimborsare alle centrali il rincaro della materia prima gas, il “tetto” che la Spagna introdusse nel 2022, ma questa ipotesi richiederebbe di riscrivere la norma. La scorsa settimana in audizione il vicepresidente di Confindustria con delega all’energia Aurelio Regina ha sollecitato l’Arera a procedere su entrambi i fronti.

Energivori ed energetici

Nello stesso mondo industriale (e confindustriale) resta però, meno rumoroso ma sempre vivo, il contrasto di interessi tra chi consuma energia, cioè una manifattura che in questi anni ha resistito efficientato tutto l’efficientabile, risparmiato ogni watt risparmiabile, e chi invece quell’energia la produce e la vende. Gli energivori stanno alzando il volume dell’allarme. Hanno preso malissimo l’ipotesi di Arera di ridurre l’interrompibilità, uno sconto di cui godono sul gas. E se è vero che molte aziende sono assicurate contro gli sbalzi di prezzo, spiega Chiarini di Gas Intensive, anche il costo delle protezioni segue quello della materia prima «e oggi è inaffrontabile». Dall’altra parte c’è un mondo elettrico a cui il decreto Bollette ha già imposto un contributo pari a 2 punti di Irap, e ora in vista della legge di Bilancio teme si torni a parlare di extraprofitti. Grandi e piccole utility non vogliono “tetti” spagnoli o altre ristrutturazioni di un mercato che a questi prezzi garantisce loro, specie alle rinnovabili, ricche rendite. Sostengono invece che gli strumenti per disaccoppiare di fatto i prezzi elettrici da quelli del gas ci siano già: «Oggi le rinnovabili sono l’unica fonte disponibile in grado di garantire autonomia all’Italia e abbassare i prezzi», dice Giorgio Boneschi, direttore generale di Elettricità Futura, l’associazione di categoria. «Bisogna farne di più e più velocemente, semplificando le autorizzazioni, e poi portare l’energia sul mercato attraverso strumenti come i Ppa, accordi diretti di medio e lungo periodo con le imprese per trasferire a queste ultime i benefici del minor costo e della stabilità dei prezzi».

Rinnovabili a rilento

Questa, in teoria, è la parte che mette d’accordo tutti. Peccato che la piattaforma per favorire quei contratti Ppa sia un’altra incompiuta del decreto Bollette. E che il ritmo a cui l’Italia installa rinnovabili continui a diminuire, a causa del groviglio normativo sulle Aree idonee, oggetto di una feroce battaglia di competenze tra Stato e Regioni. Ora di rinnovabili si è tornato a parlare, anche per effetto della flessibilità di bilancio che l’Europa concede per investirci. In attesa di capire come verrà usata, il governo ha promesso che in un prossimo decreto Imprese avvierà uno snellimento burocratico per i progetti verdi. Gli industriali chiedono principi di silenzio assenso, maggiori organici per le commissioni di autorizzazione, figure commissariali che sciolgano le controverse con gli enti locali o tra ministeri. Per il momento l’unico nuovo commissario è quello per sbloccare le estrazioni nazionali di gas e petrolio, eterno ritorno di un tormentone di dubbia economicità e puntualmente irrealizzato.


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