Società

Ritorno tra i banchi, Pigozzi: “Non aiutateli a tornare a scuola, ci si va e basta”

Ogni mese di settembre si ripresenta puntuale un fenomeno sempre più marcato: l’idea che il ritorno sui banchi di scuola richieda una complessa preparazione psicologica, quasi un percorso di “accompagnamento terapeutico”. A mettere in discussione questo approccio è la psicoterapeuta Laura Pigozzi, che in un suo recente e discusso post su Instagram ha rivolto un messaggio diretto e spiazzante alle famiglie: “Non aiutateli a tornare a scuola: mandateli”.

La trappola della motivazione a tutti i costi

La riflessione di Laura Pigozzi nasce dall’osservazione delle continue richieste d’aiuto che giungono dai genitori all’inizio del nuovo anno scolastico: “Dottoressa, come posso aiutarlo ad affrontarlo? Come motivarlo? Come accompagnare questi figli svogliati, tristi e insofferenti?”. Domande che, secondo la terapeuta, tradiscono un’ansia genitoriale eccessiva, fino a portare i genitori stessi a deprimersi per la mancanza di entusiasmo dei figli.

La psicoterapeuta invita a riflettere: chi di noi, da studente, aveva davvero voglia di tornare in classe dopo tre mesi di vacanza estiva? Quale genitore della scorsa generazione si deprimeva di fronte al malumore di un figlio che vedeva finire la libertà estiva? È assolutamente fisiologico che un adolescente non sia felice del rientro a scuola. Tuttavia, il punto centrale del ragionamento di Pigozzi è chiaro: non è necessario avere voglia di fare una cosa per farla e per farla bene

Accettare di compiere un dovere anche in assenza di entusiasmo è un passaggio fondamentale per la crescita e la maturazione individuale. Cercare di motivare i figli a ogni singolo passo non fa che “atrofizzarli”, privandoli della capacità di sviluppare risorse autonome per gestire le inevitabili frustrazioni della vita.

Distinguere la norma dalla patologia

Per la psicoterapeuta il rischio principale di questo atteggiamento iper-protettivo è la patologizzazione della normalità. Non tutto ciò che genera disagio, fatica o riluttanza costituisce un problema psicologico da sottoporre a intervento specialistico. Confondere la fisiologica pigrizia del rientro con una condizione clinica è un errore prospettico pericoloso.

Come evidenzia Pigozzi, esistono ragazzi che soffrono realmente di condizioni gravi e dolorose, quali il ritiro sociale (hikikomori), la fobia scolastica o quadri depressivi strutturati. È proprio per riuscire a individuare e prendere in carico questa sofferenza autentica che occorre smettere di etichettare come “patologia” la semplice insofferenza di settembre.

Il messaggio conclusivo della terapeuta si trasforma così in un invito alla semplicità e alla fermezza educativa: la scuola è una tappa del percorso di vita e la riluttanza fa parte del gioco. Senza drammatizzazioni e senza carichi d’ansia inutili, la risposta migliore resta la più diretta: A scuola ci si va. Ciao.

 




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