Lazio

Paolo Pesce Nanna con “Un italiano en la Habana”

Venerdì 18 settembre 2026 dalle 17.30 alle 19.30 Presso la Primula, in via Alfredo Covelli 12/14

sarà presentato “Un italiano en La Habana”. Introducono Leone Antenone, Emiliano Orlandi e Maurizio Rossi

Il libro è descritto come un diario di bordo, un insieme fantastico di luoghi e incontri non comuni. L’idea del libro, definito il “Cuba libro” dell’autore, nasce da uno di questi incontri.

“Un italiano en La Habana” è un viaggio, una scoperta continua di luoghi, di cose e di persone, e la sua narrazione esilarante, commovente, tragica e irreale ti inchioda alla lettura.

Appuntamento venerdì 18 settembre 2026 dalle 17.30 alle 19.30 in via Alfredo Covelli 12/14 (zona Centocelle – fermata Prenestina/Valente del tram n. 14).

L’entrata è libera.

Per info e prenotazioni:

casadellepoesie@gmail.com

Commento di Leone Antenone al libro di Paolo Pesce Nanna

Non conoscevo Paolo Pesce Nanna così ho cercato di conoscerlo sul web: attore, classe 1965, attualmente vive ad Ariccia e ha scritto: Me so’ proprio superato 40 storie brevi, 6 per la questura, Tranquilli il libro dentro è scritto grande, Batti Cinque Dottor Pesce. Diario di un Supereroe, oltre a un italiano en La Habana che presenteremo a La Primula il prossimo venerdì 18 settembre. Il libro racconta il suo viaggio a Cuba per presentare il libro precedente, Batti Cinque Dottor Pesce. Diario di un Supereroe, e successivamente quella di tornare per essere attore nella commedia Un italiano en La Habana all’interno della programmazione della XXIV Settimana della Cultura Italiana a Cuba, organizzata dall’ambasciata italiana.

Lo spettacolo è andato in scena presso il Teatro América dal 22 novembre, con diverse repliche, fino all’inizio di dicembre 2022 e il titolo dà il nome anche al libro che sottoforma di un diario parla al pubblico in modo informale e racconta le avventure o disavventure di attore comico e viaggiatore dell’autore. Durante la lettura ho trovato interessante l’uso delle citazioni che non avviene all’inizio dei paragrafi ma sono usate per rafforzare un concetto o introdurlo durante la lettura. Come quando in un racconto orale si crea un inciso per sfilare una risata a chi sta ascoltando. Per questo forte accento all’oralità, l’imprinting del comico si percepisce subito e ogni parola raccontata nasconde la voglia di far ridere. La prima prova la esibisce chiarendo la simpatica questione del font raccontata ne le istruzioni per l’uso: “…e il font usato in questi casi non poteva che essere il Romanesco.” (pag. 11) oppure quando tornato in Italia riceve l’ingaggio, in cubano, per partecipare allo spettacolo: “Lessi il messaggio più volte, e dopo averlo tradotto, a questo punto anche per voi ma ancora non lo sapevo, le risposi.” (pag. 22)

Credo che la vena comica dell’autore abbia bisogno di un flusso di dialogo continuo con il pubblico e per questo il libro è poco discorsivo e forse ogni fatto raccontato o digressione presentata sono utili a inoculare battute volte a infondere buon umore. Insomma, buon sangue non mente anzi fa ride.

Il libro non è solo un breviario di battute ma anche quello di riflessioni più intime come quando racconta il luogo che incontra: “Lascio a queste poche righe le sensazioni che l’Isola mi ha suscitato: Tutto è in divenire. Niente si butta. Tutto si aggiusta. Come le persone. Non esiste separazione evidente, sulla stessa via incontri case coloniali bellissime assieme a quelle fatiscenti corrose dal tempo e dalla salsedine, mentre macchine da sogno di un’altra epoca sfrecciano veloci sul Malecón assieme a Moskovich, Lada, Fiat 126 e moto elettriche. La musica si ode dappertutto, anche una lattina 2 abbandonata sul marciapiede, che rotola per il vento, emette il suono di un bolero.” (pag. 19)

oppure quando rientra dal primo soggiorno: “A Roma i pensieri si ammassavano, facevo fatica a ordinarli in modo logico. Avevo speso tante energie a gestire delle ituazioni cervellotiche altrui, che mi ero privato di godermi la meravigliosa Avana come avrei voluto e come avrebbe meritato. Ci vogliono anni per costruire qualcosa di bello e pochi giorni per far venir giù tutto.” (pag. 19)

e poi è un libro fatto di persone che fanno conoscere cose su di lui, come il rapporto con sua moglie con cui condivide perplessità, dubbi e decisioni:

Fortunatamente le piacque, e qualche giorno dopo, come la leggendaria Papessa Giovanna, mi diede la sua benedizione Urbi et Orbi. Adesso sì. La decisione era presa e non rimaneva che dare la notizia agli amici oltreoceano. / (Il miglior modo di dire è fare. José Marti) / Era la prima volta, dopo 28 anni, che ci distaccavamo per un periodo così lungo: 25 ottobre – 12 dicembre.” (pag. 24)

o ancora dell’aiuto di Federico e Bibi che ringrazia così: “Senza Bibi e Federico nulla poteva essere quello che poi è stato, senza il loro prezioso aiuto non mi sarei mai mescolato con la vera Habana, e avrei perso tantissime esperienze, rimanendo con quel suo ricordo distorto di maggio, sempre bello per carità, ma che non gli rendeva merito.” (pag. 29)

oppure gli incontri dei tanti personaggi, cubani e non solo, che contagiano il lettore di risate. Ne cito uno tra tutti: “Solo a guardarlo deglutii saliva come un bimbo davanti a un seno gonfio di latte. Pensai di andare a scambiare qualche parola con l’autore, tanto di mangiare ancora non se ne parlava: / Complimenti, sono tutti dei quadri bellissimi, però quello raffigurante il cocomero si supera proprio. / ¿Qué cocomero?/ Come quale cocomero? Quello là. / ¿Se llama cocomero? / E certo, perché come si dovrebbe chiamare? / Un italiano me dijo que se llama sandía, anguria. / Un italiano ti ha detto questo? / Sì. / E di che città era? / El era de Milán, di Milano. / Ah, era di Milano, si è sbagliato. / ¿Se equivocó? / Sì. / Allora adesso la tolgo e stampo la nueva etiqueta con la palabra… ¿Cómo dijiste que se llama? / Cocomero. / Cocomero. Mil gracias. (pag. 77)

Rende omaggio anche al tema viaggio e racconta il suo ch’è fatto di simpatiche escursioni o di richieste di informazioni come quando si trova ad arrivare al primo giorno di prove:

Entrai e chiesi informazioni a un tipo che sembrava essere il portiere: / Noio vulevan savuar, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? Sa, è una semplice informazione… (dal film Totò Peppino e la Malafemmina). Ecco, più o meno questa sarebbe stata la traduzione in italiano della mia domanda in cubano, e lui, senza fare una piega, mi rispose così: / Lei è l’attore italiano? / Sì. / La stanno aspettando all’ultimo piano. / Grazie. Ma lei parla italiano? / No. / Ah ok, mi sembrava. Mi sa indicare cortesemente dov’è l’ascensore? / Non c’è l’ascensore, è un 3 palazzo antico e lo abbiamo lasciato così com’era in origine. / Mi sembra giusto, grazie mille. / Prego, non c’è di che, si figuri. / Lei non parla italiano. / No. (Pag. 36-37)

Un modo simpatico di raccontare e mentre si legge il libro si immagina il comico sul palco, durante un monologo, che richiama il ritorno all’oralità e rende più divertente la lettura, insomma, mi sono divertito a leggere e alcune volte ho pensato che l’Avana sia solo una traversa di Centocelle. Spero non me ne voglia Paolo Pesce Nanna ma mi piace concludere il commento al suo libro “un italiano en l’Habana” con una sua riflessione sul mestiere dell’attore:

In un bel teatro pieno si consumò l’ultimo capitolo di Un italiano en La Habana, io recitavo rilassato, il mio personaggio era completamente nelle mie mani e qualsiasi cosa gli facessi dire e fare andava bene. Non dovevo dimostrare più niente a nessuno e mi presi tutto il tempo per godermi la bravura dei miei compagni di palco in azione. Anche quella serata funzionò alla perfezione, ma odorava di addio. Ogni battuta, ogni scena, ogni canzone, ogni monologo, ogni singola parola era detta per l’ultima volta.” (pag. 128).

Roma 09 settembre 2026 Leone Antenone

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