Sicilia

Amianto, vigile del fuoco riconosciuto vittima dovere ma i ministeri si oppongono

Prima l’esposizione all’amianto durante il servizio militare nell’Esercito, poi quella subita nei quasi quarant’anni trascorsi nei Vigili del Fuoco di Catania. Una doppia esposizione al cancerogeno che, secondo il Tribunale di Catania, ha contribuito in maniera determinante all’insorgenza del mesotelioma pleurico che ha provocato la morte a 72 anni del catanese C.R.L.M.. La sentenza, spiega l’Osservatorio nazionale Amianto (Ona), lo aveva equiparato a vittima del dovere e condannato il Ministero della Difesa e il Ministero dell’Interno a pagare i benefici alla vedova, ma i due dicasteri hanno impugnato la decisione del giudice.

Il primo periodo ricostruito dal Tribunale risale al servizio militare di leva durante il quale come «marconista carro» operò anche all’interno dei mezzi militari. La sentenza richiama l’utilizzo, durante le esercitazioni, di dotazioni contenenti amianto e la presenza del minerale negli ambienti, negli apparati radio, nei mezzi di trasporto e in altre componenti utilizzate all’epoca. Per i successivi 40 anni L.M. lavorò infatti presso il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Catania, inizialmente nell’Ufficio rimessa, e successivamente nelle attività di riparazione e manutenzione di veicoli e attrezzature tecniche.

«Un lavoro – afferma l’Ona – svolto quotidianamente a contatto con i mezzi che, secondo quanto ricostruito nel giudizio, determinò una seconda e prolungata esposizione all’amianto». Il 16 dicembre 2019 arrivò la diagnosi di mesotelioma pleurico epitelioide. L.M. morì quattro anni dopo, il 28 dicembre 2023. Sulla base della documentazione acquisita, le testimonianze e la consulenza tecnica d’ufficio, il Tribunale «ha riconosciuto che l’amianto respirato durante le attività di servizio ha avuto almeno un ruolo concausale determinante nell’insorgenza del mesotelioma, rilevando inoltre l’assenza di fattori estranei all’attività o all’ambiente lavorativo che, da soli, potessero spiegare la malattia».

«Nella decisione – sottolinea l’Ona – emerge anche il tema della mancata prevenzione. Il Tribunale evidenzia che le amministrazioni non hanno dimostrato di aver adottato adeguate e sufficienti misure contro il rischio amianto, come sistemi di aspirazione o specifici dispositivi di protezione personale. Non risulta inoltre che L.M. fosse stato adeguatamente informato dei rischi nè dotato, almeno fino agli ultimi anni Novanta, di specifiche protezioni dalle sostanze cancerogene. Il provvedimento rileva anche che non sarebbe stato sottoposto a una specifica sorveglianza sanitaria per l’esposizione ad agenti cancerogeni».

«Dietro ogni causa – sottolinea l’avvocato Ezio Bonanni, che segue la vicenda – ci sono vite distrutte e famiglie che hanno già pagato un prezzo altissimo. E quando a essere colpito è un uomo che ha speso la propria vita al servizio dello Stato, continuare a opporsi al riconoscimento dei suoi diritti significa infliggere alla sua famiglia un’ulteriore sofferenza. Questo accanimento è una grave mancanza di rispetto verso un servitore dello Stato e verso chi oggi ne porta il dolore e l’assenza. Le istituzioni dovrebbero essere le prime a riconoscere il sacrificio dei propri uomini, non costringere le loro famiglie a estenuanti battaglie per ottenere giustizia». Con l’impugnazione della sentenza, la vicenda giudiziaria prosegue ora in appello, dove l’Osservatorio Nazionale Amianto «continuerà ad assistere la vedova per la conferma del riconoscimento ottenuto in primo grado».


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