Neptunian Maximalism – biografia, recensioni, streaming, discografia, foto :: OndaRock
I Neptunian Maximalism, spesso abbreviati NNMM, sono una band belga fondata nel 2018 da Guillaume Cazalet e dal sassofonista Jean-Jacques Duerinckx. La sua peculiarità è di riuscire riesce a unire cosmico e psichedelico, orrorifico e fantascientifico. Si tratta di un’estesa drone-orchestra a formazione variabile.
La formazione abita un tetragono stilistico ai cui vertici troviamo avant-jazz, psichedelia, drone-metal e zeuhl. Sun Ra e John Zorn, Sunn O))) e Magma, Tangerine Dream e Jon Hassell, Faust e Grateful Dead oltre al grandioso avant-metal di “Triangle” degli Schammasch sono alcuni dei nomi suggeriti dall’ascolto. Nei momenti più allucinati sono degni epigoni degli Acid Mothers Temple, in quelli più esoterici e oscuri richiamano i più evocativi Swans.
Assolutamente agli antipodi di qualsiasi formato commerciale, la loro musica si è sviluppata attraverso due formati: registrazioni live di rituali cosmici più o meno strutturati e un album di studio di proporzioni colossali, Éons. Con la loro ultrapsichedelia cosmica jazz-rock-metal descrivono la fine dell’antropocene e l’avvento di una nuova era.

I primi documenti live: le due Voodoo Heavy Tribal Experience e la prima dedica al Sole
La prima performance della formazione risale al 25 marzo 2018 ed è documentata su HS63 : A Voodoo Heavy Tribal Experience. Questa jam ciclopica, “Oi Sonouf Vaoresaji!”, è il frutto di una residenza artistica svolta il giorno precedente e documenta la nascita ufficiale del progetto. Si tratta di musica interamente improvvisata da quattro musicisti che non avevano mai suonato insieme prima, più precisamente Sebastien Schmit (batteria e percussioni), Pierre Arese (batteria e percussioni), Jean Jacques Duerinckx (sassofono baritono amplificato) e Guillaume Cazalet CZLT (basso e chitarra amplificati, voce).
L’esplorazione sonora, di quasi 40 minuti totali, è un rituale astratto. Nei primi minuti i rintocchi delle percussioni dominano, poi il sassofono baritono e la voce che usa il “canto di gola” mongolo si uniscono all’impasto. Un climax lascia spazio a un ossessivo rituale voodoo, esoterico e misterioso, che diventa a tratti free-jazz. La dimensione più oscura si rivela dopo il quindicesimo minuto, con suoni sinistri e rinforzi di matrice rock. Il sassofono baritono rimane solo, tra miasmi alieni. La quiete è temporanea, le percussioni iniziano a vorticare e minacciosi droni animano la composizione fino a una seconda pausa di tensione. Segue un funk-jazz sbilenco e pachidermico, decisamente heavy. Gli ultimi sette minuti sono dominati dai droni, secondo un linguaggio molto vicino ai Sunn O))), e rappresentano la sezione più banale di questa jam fin quando non emerge un turbine jazz-metal che conduce al gran finale, una fragorosa esplosione.
Questo primo live fornisce le prime coordinate del progetto e si appaia con M4 : A Voodoo Heavy Tribal Experience (2018, pubblicato però nel 2020), suonato dalla stessa formazione. Questa volta le composizioni sono due. “Dan Ayido Hwedo / Ngowekara”, di quasi trenta minuti, è un’invocazione aperta da rintocchi misteriosi e un’acuta melodia di sax, trasformata lentamente in un fumoso free-jazz. Nel corso del settimo minuto si rivela mostruosa, con un assalto rumoroso. Più tribale e caotica, l’invocazione prosegue supportata da affondi di basso elettrico, prendendo un andamento funk-metal e tribale pesantemente allucinato, diradato solo al quindicesimo minuto. Percussioni frenetiche sfumano in droni lugubri, graffiati dal sassofono e poi ricondotti a un groove ipnotico. Un asfissiante bordone si addensa come una nebbia mortifera mentre le percussioni portano avanti l’invocazione. Un incalzante riff di basso distorto è l’unico punto di riferimento del finale, attorno al quale una nuvola free-jazz esplode per la chiusura: due minuti di drone-metal tribale, un rito voodoo che unisce etnomusicologia e psichedelia.
La più breve “Daiitoku-Myōō no ŌDAIKO 大威徳明王 鼓童 : L’Impact De Théia durant l’Éon Hadéen” usa i suoi nove minuti per portare all’ascoltatore un assalto assai più diretto, un funk-metal con inserti jazz, fumi psichedelici e rombi sepolcrali. Dal sesto minuto è ambient aliena. Il brano si riferisce a Theia (spesso scritto anche Teia), un antico pianeta ipotetico, delle dimensioni simili a quelle di Marte, vissuto durante le primissime fasi della storia del sistema solare, nel corso dell’Eone Hadéano, circa 4 miliardi e mezzo di anni fa. Secondo la teoria dell’impatto gigante, ampiamente accettata nella scienza planetaria, Theia entrò in collisione catastrofica con la Terra primordiale: l’impatto distrusse il pianeta e scagliò nello spazio una quantità immensa di detriti, dalla cui aggregazione si formò la nostra Luna. Il nome deriva dalla titanessa della mitologia greca madre di Selene, la dea della Luna.
Un terzo live, HS63 : A Solar Drone Opera NNMM Arkestra (2019, pubblicato però nel 2020), vede una formazione allargata. Reshma Goolamy (bass), Romain Martini (guitar), Didié Nietzche (digital soundscapes), Joaquin Bermudez (saz e setar amplificati) e Alice Thiel (chitarra e synth) entrano nel progetto, che assume la forma di un’opera drone. Questa volta i brani sono tre: due enormi, uno breve al centro.
“EÔS : Avènement de l’Éon Evaísthitozoïque Probocène Flamboyant” occupa i primi 32 minuti ed è in realtà abbastanza deludente. Affascina nelle sue fasi iniziali, quando la composizione si addensa come una nube, procedendo organicamente verso una strutturazione. Intorno al decimo minuto, però, tutto prende un passo funebre che viene poi portato avanti per oltre 20 minuti, senza che le variazioni nell’arrangiamento tolgano granché all’ottundente monotonia del tutto.
Con le orecchie ancora rintontite dalla prima composizione, “Iadanamada! : Homo-sensibilis se Prosternant sous la Lumière Cryptique de Proboscidea-sapiens” suona come un balsamo: tre minuti minimali, guidati da una semplice melodia di basso. Segue l’assai più corposa “The Conference Of The Stars”, di oltre 22 minuti. Aperta da una minacciosa esplosione tribale, con un drone psichedelico che funge da scheletro, la conferenza diventa una languida marcia che richiama alla mente i Pink Floyd di “A Saucerful Of Secrets” finché un’impennata drone-metal non azzanna il brano. Ripresa la marcia, con l’aggiunta di una voce salmodiante, un’accelerazione porta a un primo climax. Un ossessivo battere dei tamburi apre alla seconda parte, più frenetica e dominata dalle percussioni, con saltuari bagni psichedelici e onnipresenti droni. La coda è un incubo cosmico, tra rintocchi galattici e voci mostruose.
Pur con i limiti di registrazioni live e di composizioni spesso improvvisate, questi documenti dal vivo delineano efficacemente l’estetica della formazione. Ora i tempi sono maturi per portare queste invocazioni cosmiche in studio.

Rituali cosmici per gli elefanti: The Conference Of Stars e, soprattutto, Éons
The Conference Of Stars (2018), un Ep, presenta la title track e la contorna di tre composizioni più brevi, anche decisamente astratte. La nuova versione della conferenza è molto più breve e definita nelle sue fasi. Negli attuali 16 minuti, l’inizio è dominato da basso e sax, con droni tellurici a supporto. Lo sviluppo è quello di un recitato, non particolarmente interessante, ambientato in un free-jazz-metal fumoso e misterioso.
La grande attesa di un più corposo album di studio termina nel 2020. Éons è addirittura diviso in tre parti: prima la sezione “To The Earth”, poi “To The Moon” e infine “To The Sun”. Le 16 composizioni sforano le 2 ore totali. Raccontano, nel complesso, l’evoluzione della terra, la fine dell’antropocene e l’ascesa di una nuova era dominata dagli elefanti, il “probocene”.
L’iniziale “Daiitoku-Myōō No Ōdaiko” è un magma jazz dissonante guidato da ottoni grassi contrapposti a sax riverberati, una danza zoppicante e illogica, sul limitare del caos. È un universo originario che muta nel tribalismo minaccioso di “Nganga”, rituale bellico e spirituale che si infrange nei droni asfittici di “Lamasthu”, prima che sferragli lo psych-rock di “Ptah Sokar Osiris”, fra Grateful Dead e kraut-rock, ma pervasa di un massimalismo sontuoso.
Pacificato nel dark-jazz liquido e cosmico di “Enuma Elis”, il primo terzo dell’opera si chiude: siamo giunti appena all’eone proterozoico, conclusosi oltre 500 milioni di anni fa. Segue prima una danza lugubre (“Zar”) e quindi un trittico dedicato a “Vajrabhairava”, entità metafisica cara al buddhismo, invocata con intensità apocalittica e sciamanica in una trance angosciante. “Oi Sonuf Vaoresaji!”, dedicata alla sesta e futura estinzione di massa, riduce tutto a miasmi post-apocalittici, e introduce alla terza e ultima parte. Si tratta di un astratto, insondabile quartetto di visioni di fantascienza, descritto da Cazalet come una “solar drone opera”, iniziato da “Eòs” (18 minuti), una cattedrale di droni che diventa una preghiera acida. “Heliozoapolis” (15 minuti) è la versione disorientante del più onirico Stephan Micus di “Implosions”. Un percorso tanto avventuroso si chiude appropriatamente con la riflessiva “Khonsou Sokaris”, ambient-jazz-drone immerso nei feedback.
È un viaggio disorientante, fatto di estese parti strumentali alternate a brevi interventi vocali, dai toni liturgici ed esoterici. Ai testi provvede Pierre Lanchantin, studioso di proto-linguaggi dell’Università di Cambridge. I titoli estesi dei brani forniscono qualche indizio sulle ispirazioni della formazione, aiutando a seguire meglio la narrazione, ma all’ascoltatore è richiesto di lasciarsi guidare dalla fantasia. Di brano in brano, si costruisce solennemente l’atmosfera e si alimenta la suggestione, tratteggiando sconfinati quadri astratti e sussurrando segreti inconcepibili.
Splendida ed evocativa la copertina, dipinta da Kaneko Tomiyuki. Più che un album, un’esperienza. Possibile erede di “At The Mountains Of Madness” (2005) del progetto Electric Masada, anche quello suonato con due batteristi e altrettanto colossale.

Altri documenti live: Solar Drone Ceremony, Set Chaos To The Heart Of The Moon e Finis Gloriae Mundi
Appare evidente che la formazione non possa prescindere, comunque, dalla dimensione live. In seguito all’epico triplo album Éons arrivano altri documenti di rituali-concerto. Solar Drone Ceremony (2021) è un’unica lunga composizione, di oltre 52 minuti, che rilegge la tentacolare creatività del capolavoro di un anno prima in una forma più compatta e mistica, decisamente meno legata all’heavy-metal. La migliore chiave di lettura sembra fornirla la suggestiva e disturbante copertina, con i suoi toni da Lovecraft e l’abbondanza di dettagli che spinge a un’approfondita osservazione, quasi a volerne decifrare i significati nascosti.
Nei primi minuti è chiara la dimensione cosmica del cerimoniale, fra Tangerine Dream e Klaus Schulze, che anticipa un dark-jazz umbratile fuso a un rituale psichedelico che solo attorno al tredicesimo minuto trova una potenza accostabile al metal. Soffocanti droni spostano i Pink Floyd verso le atmosfere ipnotiche dei Sunn O))), prima che s’intoni un rituale oscuro e tribale, celebrato da una voce riverberata in modo grottesco. Dopo circa trenta minuti la velocità si dimezza, lasciando sfarfallare gli ottoni e avviando un lungo climax free-jazz che si conclude al quarantesimo minuto. Una lunga rincorsa lancia il finale verso una cavalcata di jazz-metal sorretto da droni e bave acide, per schiantarsi in una liberatoria orgia conclusiva.
Evidentemente costruito per la dimensione live, e registrato proprio dal vivo appena prima dell’esplosione della pandemia nel marzo 2020, Solar Drone Ceremony non ha la smodata ambizione del suo predecessore, dal quale esclude gli aspetti più estremi e le proporzioni ciclopiche, ma riesce comunque a coinvolgere e suggestionare. Nell’abbondanza degli arrangiamenti si intravede una decadenza orribile, una lussureggiante marcescenza che stordisce i sensi e provoca visioni. Avvolti dalla cerimonia, minacciosamente esoterica, si rimane ipnotizzati da una fusione mutante di jazz, drone, psichedelia e metal che i Neptunian Maximalism gestiscono con grande creatività. Sicuramente non adatto all’ascolto distratto, né consigliato a chi fosse alla ricerca di un brano da canticchiare, Solar Drone Ceremony rientra nelle grandi messe apocrife della musica, un rituale maledetto e proibito che ammalia, stordisce, spaventa.
Nel 2022 arriva Set Chaos To The Heart Of The Moon. Ritroviamo brani già conosciuti, riproposti nel contesto del festival nederlandese “Roadburn” del 2021. Appare evidente che nel contesto dell’esibizione alcuni aspetti saranno stati esaltati in un modo che non è possibile restituire a chi può solo ascoltare, come gli otto minuti iniziali di “Sustain”. Un discorso simile vale per il successivo Finis Gloriae Mundi (sempre 2022), con una formazione modificata: Guillaume Cazalet (chitarra baritona amplificata, sitar, voce), Jean Jacques Duerinckx (sassofono baritono amplificato e sopranino), Reshma Goolamy (basso amplificato), Romain Martini (chitarra amplificata), Didié Nietzsche (paesaggi sonori digitali, spettrale), Joaquin Bermudez (saz amplificato), Alice Thiel (sintetizzatore, gong, chitarra amplificata), Stephane Fedele (batteria) e Lukas Melville Bouchenot (batteria).
Una nuova dedica al Sole: Le Sacre Du Soleil Invaincu
Registrato nel 2023 nella chiesa di St John’s On Bethnal Green a Londra, in occasione del Judgment Hall Festival, Le Sacre Du Soleil Invaincu è una colossale liturgia sonica, un viaggio sciamanico scolpito nel tempo e nello spazio. Il collettivo, da sempre votato all’esplorazione delle profondità sonore e spirituali, si è immerso per quattro giorni in una session liturgica, stringendo un legame mistico con la sua architettura, le sue energie e la sua storia. Il risultato è una composizione di due ore che rilegge tre raga della tradizione classica indiana (Marwa, Todi, Bairagi), filtrati attraverso il consueto approccio radicale e multiforme del gruppo: un ibrido di droni ciclopici degno dei Sunn, psichedelia cosmica senza confini, suggestioni orientali e potenza metal.

“At Dusk: Raag Marwa” è divisa in quattro parti. Nella prima baluginano gli ultimi riflessi del Sole, sotto forma di amorfe vibrazioni sepolcrali, prima che irrompa maestosamente una notte galattica che prende forma a conclusione di una tensione sacrale. La chitarra elettrica diventa messaggera ciclopica dell’inizio del rituale attraverso i suoi droni sconfinati, ornati da ottoni e synth. È un lento dipanarsi che si conclude quando la batteria e una melodia indiana introducono la seconda parte. Il passo accelera lentamente, in un crescendo che a metà integra anche distanti voci rituali e bave psichedeliche prima di un assolo blues di proporzioni stellari. La terza parte è più simile a un inno, all’idea di brano musicale, per quanto suoni come una marcia fatta di zeuhl e metal, tra Electric Wizard e Tangerine Dream. Il sogno è invece lo spazio d’azione della quarta e ultima parte, accordi ultraterreni e droni tellurici, orchestrazioni da kolossal cinematografico unite a riverberi ed echi da allucinazione sonora che potrebbero richiamare il Vladislav Delay di “Anima” che si unisce al più inquietante Angelo Badalamenti.
“Arcana XX: Raag Todi” è diviso in tre parti. La prima, di oltre 16 minuti, si costruisce attorno ai suoni tradizionali della musica indiana, come lo Stephen Micus di “Implosions”, ma nella direzione di un contatto con altre dimensioni. Gli strumenti imitano voce e lamenti, suggeriscono barriti e trenodie tra rintocchi tensivi. Segue un assalto sotto forma di canto di guerra sovrumano, una danza dove i tamburi guidano la carica di un black-metal con ascensioni da Glenn Branca e vocalizzi free. Una parentesi ossessiva e labirintica conduce all’ultima parte, tensione oscura sotto forma di fusion metal psichedelico.
La più omogenea “At Dawn: Raag Bairagi” è assai meno tesa: tergiversa in un lungo assolo di blues psichedelico, prima che arrivi la voce sacerdotale a guidare l’invocazione e ci si attardi fin troppo nella jam; la terza parte viene spezzata da un riff di chitarra asfissiante, voci ultraterrene in scream e nuove allucinazioni spaziali; si chiude con undici minuti di rintocchi, riverberi sconfinati e strumenti tradizionali.
Le Sacre Du Soleil Invaincu è un’opera monumentale e spirituale, dove la ricerca del suono diventa trascendenza. Rispetto alle pubblicazioni precedenti dei belgi, c’è meno jazz e prog-rock, nonché una centralità della tradizione indiana. Richiede pazienza e concentrazione, un ascolto quasi sacrale: ci si deve abbandonare al viaggio, uscire per 98 minuti dai ritmi frenetici della vita quotidiana e osservare il cosmo interiore. Se ne può uscire anche un po’ cambiati.
Il mostruoso dio serpente: Nāgabhūtaṃ
Nāgabhūtaṃ (2026, da nāga cioè serpente e bhūtaṃ cioè diventare) è un rituale di magia nera interamente improvvisato, tenutosi sul palco del Botanique di Bruxelles il 9 aprile 2025. La composizione è suddivisa in 11 tracce per 42 minuti totali ed è intitolata “Devānām Madhye Nāgabhūtaṃ Dṛṣṭvā Te Bibhyati”, che possiamo tradurre come “Tra gli dei, alla vista di colui che è diventato un serpente, essi hanno paura”.
Sébastien Schmit (batteria), Dirk Wachtelaer (batteria, gong), Jean Jacques Duerinckx (sassofono baritono e sopranino) e Guillaume Cazalet (chitarra elettrica baritono, otamatone, voce) aprono con un sassofono misterioso e una voce mostruosa. Lentamente il rituale diventa più teso e inquietante, fino a prendere la forma di una danza tribale ipnotica. Nella terza parte un passo zoppicante rende ancora più oscura l’atmosfera, generando un jazz-metal spaventoso e abnorme, reso ancora più alieno nella quarta parte, con impennate di chitarra distorta e infine una lugubre invocazione della voce che continua nella tenebrosa quinta parte. Tra frammenti cacofonici e inquietanti assalti di doppia cassa un canto tibetano si erge come lamento cosmico, voce di un mostro degno di Lovecraft.
La tensione non cala nella sesta parte, costruita su un battere metallico ossessivo, via via più frenetico. I frammenti che seguono all’esplosione sono scorie free-jazz che diventano allucinazioni cosmiche nell’ottava parte, un drone unito a un raga venusiano. Una vivace danza guidata dalle percussioni s’addensa lentamente come una nube temporalesca nella nona parte, portando ai tuoni galattici della decima. L’apparizione mostruosa emerge dalla nebbia, maestosa e asfissiante come suggeriscono i droni distorti e i bassi assordanti. Gli strumenti urlano all’abominio, le percussioni scatenano una tempesta, la voce urla mostruosa e ciclopica. Il finale è un febbrile, scatenato climax infernale, un free-jazz-metal a velocità folle che porta a conclusione il rituale abominevole.
Nāgabhūtaṃ sintetizza il sound della band ma lo evolve in una direzione in parte nuova: le invocazioni al sole dei primi tempi sono diventate rituali galattici e poi si sono unite ai raga trascendenti, generando un linguaggio musicale che ora si è fatto esoterico e oscuro. È la loro composizione più lugubre e spaventosa, affascinante almeno quanto le immagini aberranti che suggerisce.

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