Mondo

lo sport nomade che sfida la prospettiva occidentale

di Marco Pozzi

Il rapporto con lo spazio esterno plasma i pensieri negli individui e nei popoli. Sono le condizioni che portano a definire la propria identità dentro al mondo, relazionandosi col mistero, con l’infinito, con la divinità, tra pianificazione e fatalismo, tra necessità di controllo sulla natura e accettare le sue leggi, tra rispetto e sfida, tra guinzagli per cani d’appartamento e briglie per cavalli al galoppo.

Le differenze fra Europa e Asia si originano dal territorio dei due continenti, e ancora oggi ne vediamo e subiamo gli effetti: yurte e castelli, nomadismo e stanzialità, ripropongono l’ancestrale snodo della rivoluzione neolitica per la nostra specie umana.

Anche lo sport, in generale il gioco, porta testimonianza: fra il 31 agosto e il 6 settembre in Kirghizistan si svolgerà la sesta edizione dei World Nomad Games, a cui parteciperanno circa 4.000 persone fra atleti e delegati, provenienti da 90 paesi. Il trailer di animazione è particolarmente ben fatto e suggestivo; in aggiunta ci sono altri tre brevi video che evocano “Velocità”, “Forza”, “Precisione”.

Le gare comprendono 43 discipline suddivise in “National Games” (giochi che rappresentano il modo di vita e la cultura dei popoli), “Horse racing” e “Horse competition” (giochi che si svolgono a cavallo, individuali o in squadra), “National wresting style” (vari tipi di lotta, tradizionali e più moderni), “Traditional strength sports” (prove per dimostrare forza, resistenza e agilità, come il braccio di ferro, tiro alla fune e sollevamento massi), “Tradition Intellectual Games” (giochi da tavolo intorno a strategie, logica e memoria), “Traditional Archery” e “Tradition Horsebach Archery” (numerose prove di tiro con l’arco a piedi e a cavallo), “Tradition Animal Hunting” (prove di caccia, usano anche uccelli predatori e cani).

Fra questi sport più conosciuto è il Kok Boru, dove, in tre tempi da venti minuti, si misurano due squadre a cavallo con lo scopo di contendersi il corpo di una capra senza testa per deporla dentro una zona bersaglio (il “taikazan”): una specie di polo senza mazze, con dinamiche e mischie simili al rugby.

Sul sito dei World Nomad Games si può vedere la lista completa degli sport presenti, insieme a immagini, approfondimenti, documenti delle passate edizioni. Accanto alle gare vere e proprie, gli “Ethnic sports”, il programma presenta la “Ethnic culture” – un festival nell’ethno-village con eventi su moda, cucina, arte e artigianato – e la “Traditional knowledege” – simposi e conferenze sulle conoscenze tradizionali – con l’obiettivo di raccontare e condividere la civiltà nomade (il progetto è patrocinato dall’Unesco, per la protezione e la promozione del patrimonio culturale dei popoli del mondo).

Oltre alla stranezza delle prove, ciò che colpisce di questi sport è che siano legati strettamente alla vita quotidiana, che rappresentino, nella trasposizione delle regole ludiche, situazioni che le persone si trovano ad affrontare nel loro esistere nomade (pur con le ovvie differenze fra l’epoca di oggi e il passato). Se pensiamo invece al nostro modo d’intendere la “attività sportiva”, notiamo che siamo alla ricerca di azioni e contesti diversi il più possibile dalla quotidianità: tentiamo di costruirci un tempo – “l’ora di allenamento” – e un luogo – “la palestra” – per evadere, sudare, competere, divertirsi compensando esigenze di esseri umani che solitamente reprimiamo nel tempo – “l’orario di lavoro” – e nel luogo – “l’ufficio”, la “fabbrica” – in cui trascorriamo la maggior parte della giornata.

Mai ci verrebbe in mente di organizzare (o no? forse qualcuno ci avrà pensato?) competizioni di velocità, forza e precisione nel mandare mail, districarsi nel traffico in tangenziale o far video-chiamate.

Inoltre, passare dalle gradinate negli stadi ai mondiali di calcio in giugno alle montagne e ai laghi che faranno da cornice a questi World Nomad Games – e chi ha visitato il Kirghizistan conosce la suggestione e la grandiosità che evocano nel visitatore – aiuta sicuramente a comprendere, o perlomeno ipotizzare, quante diversità affascinanti condividano i popoli della terra, e come anche lo sport sia uno strumento per esprimerle.

Ora che nelle nostre città le palestre riapriranno con le offerte per il 2026/27, qualche spunto da affiancare a pilates e fit-boxe nel programma kirghizo potrà venir fuori.


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