la storia di Francesco Antonucci
30 agosto 2026 – ore 10:00 – La scuola: un luogo di incontro, scambio, conoscenza e crescita. Tutti siamo stati seduti tra i banchiinsieme ai nostri coetanei, ma sono sempre meno i giovani che, terminato il percorso di studi, scelgono di tornare in aula dietro la cattedra. Secondo l’indagine TALIS 2024 dell’OCSE, soltanto il 3% degli insegnanti italiani della scuola secondaria di primo grado ha meno di 30 anni, contro una media internazionale del 10%. L’età media è di 48 anni in Italia, contro i 45 dell’area OCSE, mentre quasi un docente su due ha già compiuto 50 anni. Il quadro varia sensibilmente nel caso delle scuole secondarie di secondo grado: stando ai dati OCSE riportati nel documento “Education at Glance 2023” e riferiti al 2021, in Italia il 61% degli insegnanti dei percorsi generali della scuola secondaria superiore aveva almeno 50 anni, contro una media internazionale del 39%. I dati più recenti confermano quindi che il panorama scolastico italiano presenta uno dei corpi docenti più anziani d’Europa. E in questo scenario, gli insegnanti under 30 si distinguono come una rarità nelle scuole del Bel Paese.
La sfida è quella del ricambio generazionale: in Italia come nel resto d’Europa, l’invecchiamento del corpo docente si accompagna ad una crescente difficoltà nel trattenere i giovani insegnanti. L’indagine TALIS 2024 rivela infatti come il 13,4% dei docenti under 30 dichiari di voler abbandonare l’insegnamento entro cinque anni. Nel 2018, la percentuale si fermava al 10,4%. Tra le motivazioni principali addotte dagli intervistati, la prospettiva di trovare migliori opportunità professionali, magari al di fuori del settore educativo, e il desiderio di proseguire studi e percorsi formativi. Vengono meno le cosiddette “nuove leve”, scoraggiate in particolare dalla gestione del carico amministrativo e da retribuzioni spesso insoddisfacenti, considerate sufficienti soltanto da una minima parte del corpo docente.
Scoraggia anche l’iter per diventare insegnante di ruolo: in Italia bisogna intraprendere un percorso articolato, a volte tortuoso, che varia in base all’ordine scolastico e alla materia che si intende insegnare. Generalmente, l’iter prevede un titolo di studio coerente con la relativa classe di concorso, il conseguimento dell’abilitazione attraverso uno specifico percorso universitario o accademico di formazione iniziale, il superamento di un concorso pubblico e, infine, un anno di formazione e prova con valutazione conclusiva. Per la scuola dell’infanzia e primaria è necessaria, di norma, la laurea magistrale a ciclo unico in Scienze della formazione primaria, mentre per le scuole secondarie occorre una laurea magistrale o un titolo equivalente che consenta l’accesso alla classe di concorso scelta, accompagnato dai crediti richiesti e dal percorso abilitante. Solo dopo il superamento del concorso, l’assunzione e la conferma al termine dell’anno di prova il docente entra stabilmente in ruolo.
Esistono però altri canali attraverso i quali è possibile entrare in aula. Gli ITP, insegnanti tecnico-pratici, sono docenti specializzati nelle attività di laboratorio degli istituti tecnici e professionali: affiancano alla teoria l’applicazione concreta delle conoscenze e insegnano materie legate a specifiche classi di concorso, per esempio nei laboratori di informatica, meccanica, elettronica o cucina. Non si tratta, quindi, di una modalità valida per qualsiasi disciplina, ma di un profilo docente autonomo, per il quale occorre possedere il titolo previsto dalla relativa classe di concorso. Diverso era il funzionamento delle MAD, le messe a disposizione: candidature spontanee che gli aspiranti supplenti potevano inviare direttamente alle scuole per segnalare la propria disponibilità. Dall’anno scolastico 2024/2025 questo sistema è stato sostituito dagli interpelli, avvisi pubblicati dagli istituti quando, dopo aver esaurito le graduatorie, non riescono a trovare un docente disponibile. Gli interessati possono rispondere all’avviso presentando il proprio titolo di studio e la candidatura: in mancanza di aspiranti pienamente qualificati, la scuola può valutare anche persone con un percorso formativo coerente con la materia da insegnare.
È proprio nel contesto delle MAD che si inserisce l’esperienza del giovane docente triestino Francesco Antonucci. Classe 2006, ha conseguito la maturità all’ISIS Da Vinci-Carli-De Sandrinelli, indirizzo Servizi Commerciali – Web Community. Qualche mese dopo la scuola l’ha contatto per chiedergli se fosse disponibile a svolgere due settimane di supplenza a 18 ore – l’orario ordinario di un docente – in tre classi, una terza e due prime. Al termine delle due settimane glihanno proposto una nuova supplenza da 13 ore, mantenendo una delle prime che aveva già seguito e assegnandogli anche una quarta: Francesco aveva 19 anni. Da inizio novembre ha quindi portato avanti il programma curricolare di Economia aziendale fino a giugno.
Quando la scuola ti ha richiamato, cosa ti ha spinto ad accettare? L’insegnamento era già una tua passione?
No, non era la mia passione. Non avrei mai pensato di fare questo lavoro. Però penso ancora oggi che sia stata un’esperienza estremamente formativa, perché ti permette di vedere il mondo della scuola da un altro punto di vista: fino a cinque mesi prima sedevo come studente, poi mi sono trovato dietro alla cattedra. Mi sono ritrovato a insegnare anche a studenti che già conoscevo, come quelli della quarta. Avevo fatto il rappresentante d’istituto per due anni nella stessa scuola e molti ragazzi li conoscevo già di vista. È stato particolare rapportarsi sia con loro, che erano quasi miei coetanei, sia con gli studenti più piccoli delle classi prime.
Proprio perché ti sei trovato davanti ragazzi della tua età, come sei riuscito a creare quel necessario distacco tra insegnante e studenti?
Facendo capire che non ero più lo studente di prima e non ero più il rappresentante d’istituto. A scuola dovevano essere rispettate le normali regole comportamentali: darmi del lei e riconoscere il ruolo che ricoprivo. Già il fatto di usare il “lei” crea un distacco psicologico che permette di distinguere i ruoli. Finché sono a scuola mi vedi come docente; fuori dalla scuola puoi rapportarti con me in maniera diversa. Devi essere capace sia di rispettare la gerarchia sia di farti rispettare.
E invece com’è stato ritrovarti fianco a fianco con quelli che fino a pochi mesi prima erano i tuoi insegnanti?
È stato piuttosto strano. Io sono sempre andato bene a scuola, mi sono diplomato con 100 e ho sempre avuto un buon rapporto con i docenti. In particolare, mi sono trovato come collega la mia ex insegnante di spagnolo, con la quale ho lavorato in una classe prima. È stato curioso perché, se da rappresentante d’istituto avevo già avuto modo di vedere alcuni meccanismi della scuola, da docente li osservi molto più da vicino. Ti rendi conto di ciò che funziona e di ciò che non funziona e soprattutto inizi a comprendere le difficoltà che un insegnante affronta quotidianamente, aspetti ai quali da studente spesso non fai caso.
Di quali difficoltà parli?
La difficoltà principale che un insegnante percepisce è la crescente disattenzione dei ragazzi. L’ho visto anche su me stesso qualche anno fa, ma oggi noto che gli studenti si distraggono ancora più facilmente per cose futili. Non mi riferisco soltanto al cellulare, che quest’anno, per direttiva ministeriale, non poteva essere utilizzato. Per aiutarli, soprattutto nel nostro istituto, si fa un largo uso degli strumenti informatici. Li facciamo lavorare al computer con programmi come Excel o Canva per realizzare progetti multimediali. Questo li aiuta a rimanere concentrati su ciò che stanno facendo e a non perdersi nei pensieri.
Nel corso dell’anno hai sviluppato anche un tuo metodo di insegnamento? Come cercavi di spiegare l’Economia aziendale ai tuoi studenti?
Ho cercato di seguire quello che, quando ero studente, avrei voluto trovare da parte dei miei insegnanti. Ho provato a partire dalle esigenze che avevo io e a immedesimarmi nei ragazzi, cercando di capire cosa si aspettassero da un docente giovane, qualcosa che forse un insegnante più adulto fatica a fare perché appartiene a una generazione diversa. Per questo ho utilizzato molto i progetti multimediali. Da una parte preparavo presentazioni per spiegare gli argomenti, dall’altra proponevo esercitazioni digitali. Non chiedevo di cercare un’informazione, ma di trovarla, rielaborarla e inserirla all’interno di un contesto. In questo modo erano costretti a sviluppare un ragionamento personale, qualcosa che non può essere sostituito dall’intelligenza artificiale. Io stesso, da studente, utilizzavo molto l’intelligenza artificiale. La differenza è che c’è chi la usa come uno strumento in più, per velocizzare il lavoro, e chi invece sostituisce la propria intelligenza con quella artificiale.
Hai sentito forte la responsabilità di essere docente, soprattutto considerando la tua giovane età?
Sì, la responsabilità la percepisci. Ti trovi davanti ragazzi che stanno cercando di orientarsi in un mondo che ancora non conoscono, soprattutto quelli delle classi prime. Devi riuscire a fargli capire che studiare serve prima di tutto a loro, non all’insegnante che deve mettere un voto. Se io dessi un’insufficienza a tutti non cambierebbe nulla per me. Ma se loro imparano qualcosa, quella conoscenza potrà servirgli in futuro, proprio come è successo a me. Quello che ho imparato nei cinque anni di scuola mi è utile oggi nelle attività che svolgo.
Che cosa diresti a un ragazzo della tua età che vorrebbe diventare insegnante, ma si sente impreparato ad affrontare un ruolo così importante? Hai mai avuto anche tu la sensazione di non essere all’altezza?
Consiglierei a chi intende aderire a questo sistema di spiegare subito il proprio ruolo. Se sei in classe, dal momento in cui entri devi dire agli studenti chi sei, perché sei lì e cosa fai. Questo permette loro di comprendere meglio la situazione e di non prendersi gioco della tua persona. Lo stesso vale con il corpo docente. È importante far capire che sei lì per imparare, non perché pensi di sapere già tutto o di essere il migliore. Bisogna assorbire quante più informazioni possibili da chi ha esperienza e imparare le metodologie di lavoro. Una cosa che ho capito è che, in questo mestiere, l’esperienza vale l’ottanta per cento del lavoro. Le conoscenze tecniche della materia possono averle in molti, ma ciò che fa davvero la differenza è l’esperienza. Gestire una classe, soprattutto oggi, non è affatto semplice.
A settembre tornerai in cattedra?
Onestamente non lo so. Devo dare priorità agli studi e agli impegni sportivi che ho; quindi, al momento non so quale sarà la scelta. Prima di insegnare ero iscritto a Relazioni Pubbliche, poi ho interrotto gli studi perché, oltre alla professione di docente, lavoro con la Federazione Italiana di Atletica Leggera come collaboratore amministrativo-contabile. Inoltre, faccio parte del direttivo della PD Miramar e del comitato organizzatore della Trieste Spring Run, cioè la Bavisela.
Guardando a questi mesi, che cosa ti porti a casa da questa esperienza?
Ho la consapevolezza che ogni esperienza può insegnarti qualcosa, anche quando non rientra nei tuoi progetti iniziali. Non avevo mai pensato di fare l’insegnante, ma questa opportunità mi ha permesso di crescere, di imparare a relazionarmi con persone diverse e di acquisire competenze che mi saranno utili in qualsiasi percorso lavorativo sceglierò in futuro. È stato un modo per guardare il mondo da un altro punto di vista.
Approfondimento a cura di Aurora Cauter e Benedetta Marchetti
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