Scommessa vinta: c’è gente in Aspromonte. Successo dell’ottava edizione ad Africo Vecchio
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Il successo cristallino ottenuto da «Gente in Aspromonte» ha ragioni tutto sommato semplici, per quanto telluriche. La qualità della proposta culturale, le suggestioni dell’orizzonte indicato, la semplicità di un paradigma che invita a sedersi tra la complessità delle cose per comprenderne il senso profondo. L’ottava edizione della manifestazione ideata dalla scrittrice, giornalista e intellettuale Angela Sposato, animata dallo scrittore Gioacchino Criaco e realizzata dall’associazione «Insieme per Africo» ha alzato l’asticella del dibattito ancora una volta, nel segno della montagna che si riappropria delle sue connotazioni più autentiche e genuine: metafisica e identità insieme in un percorso che continua a transitare a sud dell’Europa da millenni.
Tra Rifugio Carrà e Campusa, punti cardinali che tagliano a metà la palingenesi di Africo Vecchio, decine di attività hanno riempito di contenuti le giornate del 22 e 23 agosto. Per le oltre mille persone che hanno vissuto l’esperienza, nel complesso, un viaggio nell’abitare luoghi che persistono nella vita oltre le definizioni del mondo contemporaneo. Evocativo il tema scelto: «Dal metareale alla metafisica di Alvaro». «Siamo andati al senso profondo delle cose – ha spiegato Angela Sposato – in un luogo che è metafisica pura, non astratta ma assolutamente concreta. Abbiamo coniugato la montagna guardando allo spirito che la anima e pensandola al femminile, ben oltre l’ideologia, ma nelle pieghe di una terra che custodisce e che genera. Ad Africo abbiamo ribadito che ciò che è bello richiede fatica, dentro luoghi che non ospitano perché sono comodi, ma perché tornano ad essere ambiti».
Cultura, letteratura e identità nel fluire di un dialogo aperto e percorso da suggestioni, provocazioni, proposte. Arte e socialità; enogastronomia figlia di pregiate materie prime e natura essenziale. E quel continuo richiamo a Corrado Alvaro, alla sua metafisica, alla Medea e allo sguardo dal di dentro. Tra gli ospiti dalla due giorni tanti rappresentanti istituzionali, referenti del terzo settore e del civismo. Ma anche curiosi, gente comune, studiosi, intellettuali. Tra gli altri, il sindaco di Africo Domenico Modaffari, l’assessore al Turismo della Regione Calabria Giovanni Calabrese, il sindaco di Sant’Agata del Bianco Domenico Stranieri, rappresentanti del GAL Area Grecanica e il presidente della Film Commission Calabria Anton Giulio Grande.
Il palinsesto ha accompagnato nella cucitura di senso. Grande attenzione per il libro «Un pranzo da re» di Jim Harrison e per la tematica del cibo come cura. Qualità alta nel confronto su Aspromonte e Alvaro tra lo scrittore Gioacchino Criaco, il direttore di Palazzo Reale di Milano Domenico Piraina e il linguista Giuseppe Polimeni. Quindi spazio ad Ettore Castagna e al liutaio Giuseppe Lucà. La seconda giornata ha riservato ancora sorprese importanti. A Campusa, altra area di Africo Vecchio, il ragionamento è tornato su Alvaro e Saverio Strati. In cammino, entrambi, su valori e suggestioni senza tempo, cullati dagli aneddoti di Domenico Stranieri. Il pranzo alle scuole elementari che furono di Zanotti Bianco, lì dove non si mangiava da settant’anni. Quindi l’inaugurazione dell’installazione «Barcalabria» di Antonello Scotti e le «Bacheche di pensiero»: un’insegna a led, alimentata da un pannello fotovoltaicoche si accende di notte quando il sole cala dietro la linea del Tirreno. Una rivolta del poeta, un riappropriarsi di un luogo e del senso di quel luogo. Una luce per rinsaldare il senso dell’abitare, ai confini di un’allegoria sempre più limpida.
Apprezzatissimo l’incontro con la giornalista di Gazzetta del Sud Anna Mallamo che del suo pluripremiato romanzo «Col buio me la vedo io» (Einaudi) ha dialogato con Alessia Alboresi ed Evelina Catizone: si è parlato di femminile potente, di matriarcato “mediterraneo” e di spirito magnogreco. Di genius loci e di luoghi che continuano a vivere, ostinatamente, nell’immaginazione.
Chiusura con la musica dell’Orchestra giovanile di fiati «G. Scerra» di Delianuova: un repertorio classico e moderno, con interpretazioni di grande intensità. Come intenso è stato il pensiero conclusivo di Gioacchino Criaco, tra consapevolezza e speranza: «Non abbiamo vinto per il numero delle presenze, un migliaio in un andirivieni continuo lungo 48 ore. Siamo soddisfatti per essere riusciti non a raccontare la montagna e le aree interne da un favorevole palco vista mare. Chi si è lasciato irretire dai nostri racconti e si è mosso da molti e moltissimi chilometri di distanza, l’area interna e la montagna le ha vissute da dentro, con la fatica, il sudore, le scomodità, che sono la benzina del motore che ci porta lontano ragazze e ragazzi, che svuota un mondo ormai solo raccontato in chiave retorica. Chi si è sottoposto alle nostre “torture” ora capirà qualcosa di più di natura, non per sentito dire, alcuni se ne terranno alla larga e i più rimarranno imprigionati in una malìa che lega impietosa e amorosa. Professori universitari, scrittori e scrittrici, musicisti, la politica di maggioranza e opposizione, alla fine tutti insieme, spossati, ma tutti di ritorno con un dono, un mazzetto di origano o una ghianda chiudere in un pugno. Hanno vinto le ragazze e i ragazzi di Africo, le amiche e gli amici di fuori che letteralmente si sono immolati a una scommessa folle che tornerà, con le stesse asperità, l’anno prossimo».
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