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Kurdistan iracheno nel limbo: in mezzo alla guerra Usa-Iran e con il petrolio alle stelle. “Teheran o Washington? Comandano sempre le stesse famiglie”

“Scoprire da un giorno all’altro i prezzi della benzina così alti è stato uno shock. Fino ad ora ho già passato due notti in macchina”. Per chi come M., tassista di Sulaymaniah, la provincia più orientale del Kurdistan iracheno (KR-I), non può permettersi un litro di benzina dai 1.200 (0,80 €) ai 2.700 (1,75 €) dinari, non c’è altra scelta. E a giudicare dal numero di automobili in fila, non è il solo. “Le code arrivano anche a due chilometri e gli ultimi spesso devono aspettare il giorno dopo”.

Da giorni scene simili sono la regola di fronte alle poche stazioni che hanno ricevuto i sussidi del governo regionale per mantenere il prezzo di un litro di benzina a 750 (0,50 €) dinari – comunque più alto dei 450 (0,30 €) nell’Iraq federale. La “crisi del gas” ha avuto inizio a fine luglio, all’intensificarsi degli attacchi di droni iraniani nella regione semi-autonoma curda che hanno spinto Dana Gas, la più grande compagnia del nord dell’Iraq, a ridurre la produzione nel giacimento di Khor Mor. Come spiegato dal primo ministro ad interim, Masrour Barzani, le minacce “sono troppe per portare avanti il lavoro della compagnia”. Il risultato è una situazione in cui le stazioni di servizio “private” si adattano al mercato, con prezzi mai visti per il quinto Paese al mondo per produzione di petrolio, e le cosiddette “governative” che vendono a un costo calmierato. “Ma qual è la differenza tra pubblico e privato qui? Sappiamo tutti che i grandi business appartengono alle famiglie dei partiti, figurarsi sul petrolio. Se volessero, risolverebbero questa crisi in due minuti”.

Sullo sfondo della frustrazione di M., che riflette un sentire comune tra Erbil e Sulaymaniah – mentre a Duhok, provincia occidentale della regione, la gente preferisce non parlare di politica, in un contesto monopolizzato dall’anniversario del PDK (Partito democratico del Kurdistan) – si sviluppa la complessità di una regione colta nel mezzo della guerra Iran-USA-Israele e il relativo ruolo delicato che gioca l’Iraq. Dall’inizio del conflitto, sono oltre mille gli attacchi che hanno preso di mira la regione da parte dell’Iran e delle milizie sciite irachene affiliate a Teheran che considerano il KR-I una roccaforte militare e politica Usa, oltre ad accusare Erbil di ospitare sul proprio territorio gruppi di opposizione curdo-iraniani. Tra gli attacchi, a metà agosto due droni hanno colpito gli uffici del primo ministro curdo e l’abitazione del capo dell’intelligence, arrivati pochi giorno dopo le rivelazioni del presidente della regione, Nechirvan Barzani (cugino di Masrour), sul suo ruolo di mediazione tra Tehran e Washington sin dall’inizio del conflitto. “L’Iran sta facendo capire in tutti i modi che non lascerà mai l’Iraq, compreso il Kurdistan. Il loro messaggio è chiaro: qui comandiamo noi, facendo intendere un certo fastidio per le dichiarazioni (del presidente Barzani, ndr) sulla presunta mediazione”. A., veterano peshmerga ed ex-membro dell’élite antiterrorismo nell’esercito iracheno, non nasconde le sue preoccupazioni per una situazione che descrive “strana e imprevedibile”.

“È difficile capire cosa stia succedendo. Poco dopo gli attacchi, il presidente del Parlamento iraniano arriva in Iraq e tiene una conferenza stampa aperta solo ai media locali e a quelli ‘amici’, affermando che le milizie vicine a Teheran non deporranno mai le armi”. Ed è proprio sulla questione del disarmo delle milizie appartenenti alle Unità di mobilitazione popolare, nate nel contesto della resistenza allo Stato islamico in supporto all’esercito iracheno nel 2014, che la regione curda si sente ulteriormente attaccata. La misura, avviata su pressioni di Washington dal primo ministro iracheno Ali Al-Zaidi (nominato lo scorso maggio dopo mesi di stallo conclusosi con un’intesa tra Usa e Iran sul suo nome, a conferma di quanto entrambi i Paesi in conflitto giochino un ruolo fondamentale in Iraq), prevede la deposizione delle armi e l’integrazione totale nell’esercito delle milizie, che oltre a lanciare attacchi in KR-I hanno colpito dal territorio iracheno anche i Paesi del Golfo, alleati degli Usa. Fino ad ora, solo alcune tra le oltre 70 milizie hanno comunicato che si adegueranno alla scadenza stabilita da Al-Zaidi al 30 settembre, mentre altre, come Kata’ib Hezbollah, hanno posto come condizione che anche i peshmerga, le forze di sicurezza del KR-I, vengano dissolte (oltre allo smantellamento delle basi militari turche proprio in KR-I).

“Così facendo, l’Iran e le sue milizie hanno toccato un nervo scoperto. È certamente vero che i peshmerga sono una forza di sicurezza prevista dalla Costituzione (come ricordato dal presidente della Repubblica di recente, ndr), e che quindi non rientrano nell’attuale legge sul disarmo – spiega A. – Ma i peshmerga non sono ancora uniti in un’unica forza governativa”. Sin dalla loro fondazione e dopo essersi combattuti in una guerra fratricida tra il 1994 e il 1997, ad oggi le milizie peshmerga rispondono ancora ai rispettivi partiti di appartenenza, PDK e PUK (Unione patriottica del Kurdistan), che da allora dominano politica ed economia della regione, secondo precise linee di spartizione, che tuttavia da circa tre anni sono tornate a vacillare. È infatti dalle ultime elezioni legislative in KR-I dell’ottobre 2023 che la regione non ha ancora un governo e un parlamento attivi, a causa di disaccordi tra PUK e PDK sulla divisione dei ministeri. Ad aggiungere ulteriore tensione, ci sono le lotte interne per la leadership del PUK, sfociate l’anno scorso in scontri armati a Sulaymaniyah che hanno provocato la morte di cinque membri del partito.
“Siamo sotto attacco iraniano, le forze Usa stanno per abbandonarci (secondo l’accordo tra Baghdad e Washington per il ritiro delle forze della coalizione anti-Isis, previsto per il 30 settembre, ndr) e noi continuiamo a dividerci tra noi – conclude A – Ma alla fine, cosa cambia avere o no un governo, se questo è dominato sempre dalle solite famiglie?”.

L’articolo Kurdistan iracheno nel limbo: in mezzo alla guerra Usa-Iran e con il petrolio alle stelle. “Teheran o Washington? Comandano sempre le stesse famiglie” proviene da Il Fatto Quotidiano.


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