Friuli Venezia Giulia

Il ricordo di Daniele D’Agaro su U.T. Gandhi


La morte di Umberto Trombetta, per tutti U.T. Gandhi, è uno di quegli eventi che fanno fermare il tempo. Il tempo di un luogo, il tempo delle persone che lo conoscevano. Per un istante si cristallizza tutto e quando le lancette ricominciano a girare affiorano pensieri e sentimenti che non si credeva di possedere. Pubblichiamo qui, a distanza di undici giorni dalla sua scomparsa, le parole di Daniele D’Agaro, pluripremiato e talentoso clarinettista e sassofonista friulano, compagno di musica e amico di U.T. Gandhi, che ha voluto condividerle con noi. 

Il Friuli rende omaggio a U.T. Gandhi

La lettera

“È stata una perdita tremenda, faccio ancora gran fatica ad accettarla. Umberto è sempre stato una personale speciale, come quei metalli ad alta conducibilità, irresistibile, comunicava con tutti, tutti lo conoscevano, l’idraulico, il direttore di teatro, l’intellettuale, il muratore. E per loro tutti, lui era U.T. Gandhi, gran batterista, un amico. 

Abbiamo fatto assieme decine di Cd, circa due mila concerti, di cui 1500 circa con l’Organ Madness Trio, assieme allo straordinario organista, pianista e compositore Mauro Costantini. Eravamo una famiglia. Abbiamo iniziato a suonare assieme nel 1989/90 quando lo chiamai per suonare nel mio trio, vivevo ancora in Olanda. Facevamo dei tour anche di 40 concerti di fila e nonostante le migliaia di chilometri in auto (era un guidatore provetto) e le fatiche, ogni giorno era una festa, il tempo volava. Assieme a tutti i miei e suoi colleghi potremmo scrivere un libro di avventure, aneddoti, tante risate, una contagiosa allegria. L’ultimo suo concerto è stato proprio con il nostro Organ Madness trio che quest’anno aveva compiuto 30 anni, il gruppo jazz continuativamente attivo più longevo del Friuli Venezia Giulia. 

Umberto era un musicista naturale, un talento, ha iniziato a suonare professionalmente da ragazzino, con le orchestre da ballo, un’ottima scuola musicale, sul palco e fuori dal palco. Poi si avvicinato al jazz con la musica dei Weather Report e Joe Zawinul. Aveva uno stile melodico, che coniugava sempre la melodia al ritmo, sapeva cogliere subito lo spirito dei musicisti e delle formazioni con cui suonava, dava il suo contributo musicale facendoti suonare il meglio di te stesso, una dote speciale. E poi aveva l’attitudine. Nella musica essa è tutto, al di là della tecnica e dei virtuosismi. Vuole dire essere dentro la musica e non lasciarsi andare a facili protagonismi. Aveva un bellissimo suono della batteria, rotondo, tamburi sempre ben accordati piatti con armonici chiari, classici. Noi colleghi ci chiedevamo come mai non avesse una batteria montata a casa e non studiasse mai, eppure aveva sempre il tocco giusto, pronto, una memoria infallibile. 

Ormai la musica jazz di oggi ha preso tutt’altra direzione, ora ben poco è lasciato alla gioiosa spontaneità, alla sorpresa, all’ironia e l’autoironia. È indubbio il notevole livello tecnico musicale dato dagli studi al Conservatorio ma, purtroppo, spesso la rigidità degli schemi, l’uniformità delle formule non dà posto all’immaginazione e al coraggio. 

Senza ciò, non si può creare”.


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