Cultura

John Carpenter – Cathedral | Indie For Bunnies

Nel corso degli anni John Carpenter ha più volte parlato delle difficoltà che continua a incontrare nell’ottenere i finanziamenti necessari alla produzione di un film. Una figura geniale e controcorrente che, come tanti altri giganti della settima arte, non è disposta – o forse sarebbe meglio dire non è più disposta – a scendere a compromessi pur di difendere le sue idee e le sue peculiarissime visioni artistiche.

Credit: Bandcamp

Un’intransigenza che è costata cara al regista statunitense, il cui ultimo lungometraggio risale a ben sedici anni fa (“The Ward – Il reparto” del 2010). La storia di “Cathedral”, frutto di un incubo avuto da Carpenter nel 2024, sarebbe dovuta diventare un film, ma proprio per problemi di natura economica è stata riadattata e trasformata in una assai meno costosa graphic novel, distribuita in America da Storm King Comics.

Questa colonna sonora “fumettistica” rappresenta quindi il suo unico legame con il mondo della celluloide; un album pregno di atmosfere cinematografiche che si sviluppa seguendo le consuete coordinate gotiche e orrorifiche. Come al solito, ad accompagnare John Carpenter e il suo inimitabile synth troviamo suo figlio, Cody Carpenter, e il figlioccio Daniel Davies.

Sono loro due a occuparsi di quella che, volendo trovare un tratto distintivo nell’opera, rappresenta la grande novità di “Cathedral” nell’universo musicale carpenteriano: la chitarra elettrica. Certo, nelle colonne sonore dei film diretti dal maestro dell’horror la sei corde ha sempre avuto un discreto spazio (penso a “Grosso guaio a Chinatown” e a “Essi vivono”). L’ago della bilancia, tuttavia, ha sempre puntato con maggior frequenza in direzione della natura elettronica/sintetica della “bestia”.

Oggi invece John Carpenter sembra volersi avvicinare con convinzione a un heavy metal strumentale che, nonostante i riffoni spaventosi e persino certe note oscure in chiave doom (“Identity”, “Inside Out”) e industrial (la parte iniziale di “Elevator” cita chiaramente “Only” dei Nine Inch Nails), non tradisce davvero mai le atmosfere ultra-sinistre delle sue soundtrack classiche.

Le tastiere di Carpenter, sempre in primo piano, danno vita a melodie gotiche e macabre di grande fascino, soprattutto nei brani contraddistinti dalla presenza del pianoforte classico e di parti orchestrali (“The Mapmaker”). La qualità è alta, ma l’impressione generale è che John Carpenter sia un po’ ostaggio del suo riconoscibilissimo sound e non riesca ad allontanarsene troppo; questo nonostante il chiaro tentativo di aprire una nuova fase sperimentale segnata dalla strana fusione, elegante e mai “caciarona”, tra synthwave e heavy metal.


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