A passo d’asino per giorni lungo il crinale selvaggio dell’Umbria: «Occhi pieni dimeraviglia»

di Fabrizio Troccoli
Ci sono luoghi nei quali il silenzio non è semplicemente l’assenza di rumore. È qualcosa che si sente. Me ne sono accorto la sera prima di incontrare gli scout che avrei fotografato il giorno successivo.
Avevo raggiunto il Pian Grande di Castelluccio di Norcia quando ormai era buio e avevo deciso di fermarmi a dormire lì. Intorno non c’era praticamente nulla: nessuna luce, nessun traffico, nessun rumore umano. Soltanto il profilo scuro delle montagne, un cielo infinito pieno di stelle e, ogni tanto, il canto di un falco. È da quella notte che è cominciata, per me, la scoperta di una storia che racconta molto bene cosa significhi oggi scegliere di vivere la montagna in modo diverso.
Alle 5 del mattino ho raggiunto il campo degli scout. Quando sono arrivato, la giornata era già cominciata. Il gruppo stava smontando il campo, preparando la colazione e gli animali prima di mettersi in cammino. Sono gli scout del gruppo Agesci Vigevano 1, arrivati dalla Lombardia per trascorrere una settimana sull’Appennino umbro-marchigiano.
Il loro percorso è partito da Paganelli, ha toccato la conca di Ancarano, Castelluccio di Norcia e i Pantani di Accumoli, per poi tornare a Paganelli. A rendere particolare il viaggio sono stati soprattutto loro: tre asini e un mulo che hanno accompagnato il gruppo, trasportando tende, materiali e parte dell’attrezzatura. Una modalità di viaggio antica, ma che oggi assume un significato nuovo: permette di alleggerire il peso sulle spalle e, allo stesso tempo, obbliga a rallentare e a entrare in relazione con gli animali.
«È stata un’esperienza particolare e inaspettata», racconta Davide Buosi, capo scout del gruppo. «Ci ha insegnato molto sulla cura e sul prendersi cura. Gli asini non hanno il dono della parola e con noi hanno condiviso la fatica e il viaggio. Bisognava interpretare le loro esigenze, imparare a cogliere i segnali anche quando l’altro non comunica».
È forse questo l’aspetto più interessante di un trekking di questo tipo. L’animale non è semplicemente un mezzo di trasporto. Diventa un compagno di viaggio di cui bisogna imparare a leggere comportamenti, stanchezza, bisogni e reazioni. E così un’esperienza apparentemente semplice diventa anche un esercizio educativo: imparare a comprendere qualcuno che comunica in modo diverso da noi.
Il gruppo conosce molto bene le Alpi e proprio per questo, prima di partire, aveva qualche timore. «Siamo abituati alle Alpi e pensavamo che quote più basse ci avrebbero fatto soffrire molto il caldo», racconta Buosi. «Per questo partivamo molto presto la mattina, in modo da essere sull’obiettivo già per l’ora di pranzo e poter svolgere le nostre attività nel pomeriggio». Così anche la giornata che ho trascorso con loro è cominciata prestissimo.
Abbiamo camminato lungo il Pian Grande mentre il sole iniziava a illuminare le montagne. La luce dell’alba cambiava continuamente il paesaggio e il grande altopiano sembrava ancora più vasto, mentre il gruppo avanzava con gli animali al seguito. «Abbiamo apprezzato molto la capacità di adattamento di tutto il gruppo e anche la capacità di comprendere il contesto meraviglioso in cui ci trovavamo», dice ancora Buosi. «È un paesaggio che non trovi sulle Alpi».
Organizzare un’esperienza simile è meno complicato di quanto si possa immaginare. Esistono realtà specializzate che mettono a disposizione asini e muli per escursioni e trekking, accompagnando i gruppi nella fase iniziale. Prima di partire viene fatta una formazione per condurre gli animali, sistemare correttamente il carico e comprendere le loro necessità. Bastano poche ore, poi si cammina.
Gli asini sono animali relativamente autonomi: lungo il percorso possono alimentarsi, mentre per l’acqua è sufficiente programmare le tappe in prossimità di sorgenti, fontane e abbeveratoi. La sera, quando il gruppo prepara il campo, per loro viene allestito un piccolo recinto con pali e corde. Una volta riconosciuto quello spazio, l’animale sa che quello sarà il suo posto per la notte. Resta però una regola fondamentale: bisogna imparare ad ascoltarli.
L’esperienza degli scout di Vigevano si inserisce in una tendenza che negli ultimi anni sta trovando sempre più spazio anche in Umbria: quella del turismo lento, dei cammini e delle esperienze all’aria aperta. La regione può contare su una rete di itinerari che attraversano montagne, boschi, colline e borghi: dalla Via di Francesco al Cammino di San Benedetto, dalla Via Lauretana alla Via Romea Germanica, fino ai numerosi percorsi legati ai piccoli borghi e alle aree naturalistiche.
Il portale camminiumbria.it raccoglie e racconta questa rete di itinerari. Non si tratta soltanto di turismo. È un modo diverso di conoscere un territorio: a piedi si vedono cose che dalla strada non esistono, si attraversano luoghi lentamente e si entra in contatto con le persone e con il paesaggio.
Il percorso intercetta anche uno degli itinerari più significativi dell’Appennino centrale: il Cammino nelle Terre Mutate. La tappa tra Castelluccio di Norcia e Accumoli è infatti parte dei circa 250 chilometri che collegano Fabriano a L’Aquila, attraversando quattro regioni – Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo – e alcuni dei territori più profondamente segnati dai terremoti del 2009 e del 2016-2017.
È un cammino che ha un significato particolare perché non è nato semplicemente per portare turisti sui sentieri dell’Appennino. Oggi attraversarlo significa camminare dentro una terra che porta ancora i segni del sisma, incontrare borghi e comunità che hanno scelto di restare e conoscere progetti di ricostruzione e di rinascita. È un viaggio che unisce paesaggi spettacolari e storie spesso difficili.
Guardando gli scout attraversare il Pian Grande con gli asini al seguito, l’idea diventa concreta. Non serve correre. Non serve arrivare rapidamente. Si cammina, ci si ferma, si osserva. Si cerca una sorgente, si attraversa un borgo, si monta un campo. E alla sera si torna a guardare il cielo. Per qualche giorno si può vivere lontano dalle automobili, dagli schermi e dalle comodità.
Si torna a misurare le distanze in passi, il tempo in albe e tramonti e le necessità in quello che davvero serve per arrivare alla sera. I ragazzi di Vigevano hanno proseguito, io sono rimasto con le fotografie di quella mattina e soprattutto con una frase di Buosi che forse racchiude meglio di tutte le altre il senso di questa esperienza: «Abbiamo gli occhi pieni di bellezza». Forse è proprio questo che può insegnare un cammino. Che per vedere davvero un luogo, qualche volta, non serve andare più lontano. Serve semplicemente andarci lentamente.
The post A passo d’asino per giorni lungo il crinale selvaggio dell’Umbria: «Occhi pieni dimeraviglia» appeared first on Umbria 24.
Source link















