“Marco Bellocchio – La porta della realtà”, il documentario Loft Produzioni diretto da Fabio Lovino presentato a Locarno Film Festival 2026
“Cerca continuamente di ridefinire la propria ribellione”. Non ricordiamo bene chi fa questa calzante affermazione riferita al regista bobbiese in “Marco Bellocchio – La porta della realtà”, il documentario diretto da Fabio Lovino, prodotto da Loft Produzioni e presentato in queste ore al 79esimo Locarno Film Festival. Già, perché se c’è un aspetto che colpisce dell’86enne autore di “Portobello”, è questa sua instancabile, inesausta fame di regia cinematografica. Bellocchio non si ferma mai. Anzi, forse si era fermato a metà anni settanta prima della “cura” Fagioli.
Anche se l’accelerazione data nell’ultimo ventennio, da L’ora di religione in avanti, è stata letteralmente fulminante. Dicono, sempre nel documentario di Lovino, che Bellocchio “non si rassegna ad essere un venerato maestro”. Ed è proprio l’inafferrabilità di un signore che ha rivoluzionato stilisticamente il cinema italiano, parallelamente al coevo Bernardo Bertolucci, ad essere al centro di questo curioso film di pedinamento e accerchiamento del protagonista.
Peraltro più ti avvicini a Bellocchio più intravedi non la sua imperscrutabile laica spiritualità (un rebus per giornalisti, biografi e familiari probabilmente insoluto per sempre), quanto la sua quasi patologica dedizione al fare cinema. Non vogliamo far torto alla caterva di suoi fan celebri come Marco Tullio Giordana, o agli attori che hanno lavorato con lui come Pierfrancesco Favino e Fabrizio Gifuni, che appaiono devoti quasi commossi di fronte al possibile ricordo del maestro, ma è nelle testimonianze della montatrice Francesca Calvelli (e dei direttori della fotografia Beppe Lanci e Daniele Ciprì che si scopre Bellocchio.
Perché come nei casi più eclatanti dei registi/autori del secondo novecento è dalla realtà del set, dal risultato del componimento creativo, dalla definitiva rappresentazione in scena di ciò che si vuole raccontare, che in controluce, o in mezzo a quelle immagini buie di Salto nel vuoto col produttore Silvio Clementelli che chiede a Lanci di “schiarirle un po’”, si intravedono i contorni reali e profondi del cineasta Bellocchio. Non solo il tema del “tradimento” rispetto alla propria “educazione, al padre e alla madre, alla propria famiglia”, ma anche “l’allontanamento dal cattolicesimo, dal capitalismo, dalla psichiatria tradizionale”, il cinema di Bellocchio è una suggestione visiva e psicologica che non è mai data, se non attraverso schizzi e disegni alquanto aguzzi e sghembi, fino agli attimi della realizzazione sul set e in post produzione.
“Non puoi far finta di sapere quando non sai”, spiega Bellocchio a Lovino nel film. Perché il suo è un cinema “inevitabilmente contraddetto” che si forma solo e soltanto, tra “mancanza di serenità” e “incessante lavorio di ispirazione”, nella realtà della scena nel suo farsi. In questo Marco Bellocchio – La porta della realtà è l’osservazione di qualcosa di artisticamente in totale divenire. Basta prendere le parole della montatrice, e seconda moglie, Calvelli, sul set con Bellocchio dal 1994 con Il sogno della farfalla. Per il regista emiliano il montaggio è qualcosa che l’ha sempre messo in “ansia” e che lo “impauriva”.
Una seconda lingua e non più solo mera interpunzione a posteriori del suo cinema che in questa continua e oramai totalizzante collaborazione familiare (“difficile separarsi dalla vita di tutti i giorni”) diventa un’arma puntuta, saltellante, peculiare, impossibile da ri-copiare, che ne caratterizza inequivocabilmente lo stile. In coda Lovino, dopo essere uscito dalle angolazioni funamboliche di I pugni in tasca, dagli sfondi blu elettrici di Gli occhi, la bocca, o dalle lunghe sequenze dei set di Buongiorno, notte e Il traditore, accenna a una sorta di remake di Sentimental Value. I figli Piergiorgio ed Elena, il primo avuto con Gisella Burinato, la seconda con la Calvelli, danzano sull’orlo del burrone nell’osservazione e presentazione dell’essere paterno. Un “uomo complicato”, dice Piergiorgio, oggi produttore. Uno che “non fa gran confidenze”, che di fronte alla “perdita di amici e parenti è sempre stato imperscrutabile”, aggiunge Elena. Strana questa chiosa. Tra la parola fine e i titoli di coda. Che per Marco Bellocchio sembrano non finire mai.
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