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carriera, sacrifici e vita dopo il volley


Nell’intervista a Maja Poljak realizzata da Alfredo Cabero, la campionessa croata ripercorre la propria storia dentro e fuori dal campo: l’incontro quasi casuale con la pallavolo, la partenza per Vicenza a 17 anni, i trionfi europei, il ritiro imposto dagli infortuni e la costruzione di una nuova carriera nello sport internazionale.

Intervista a Maja Poljak: l’incontro con il volley grazie al padre

Una partita della fase finale della Champions League disputata a Zagabria cambiò la vita di Maja Poljak. È la stessa ex centrale croata a raccontarlo nell’intervista pubblicata il 5 agosto da Alfredo Cabero sul canale Amor por el Vóleibol.

Poljak era cresciuta in una famiglia legata soprattutto alla pallacanestro. Il padre Željko, giocatore e poi allenatore di basket, preferì però indirizzarla verso una disciplina con meno contatti fisici. La portò così ad assistere a una delle più importanti manifestazioni europee di pallavolo.

«Mi innamorai del volley», ricorda la campionessa. Prima di allora aveva provato pattinaggio artistico, nuoto, tennis e basket, ma nessuna di quelle esperienze era diventata una scelta definitiva.

L’inizio non fu semplice. Poljak si descrive come una ragazza non particolarmente coordinata, alle prese con uno sport molto tecnico. A fare la differenza furono la ripetizione, la pazienza e soprattutto quella che considera la propria qualità principale: «Una forza di volontà incredibile, che è sempre stata presente».

Tra i suoi riferimenti cita Michael Jordan, pur appartenendo a un altro sport, e Ljubov Sokolova, con la quale ebbe l’opportunità di giocare giovanissima a Zagabria. Della campionessa russa la colpì la completezza tecnica e la capacità di padroneggiare ogni fondamentale.

La delusione olimpica e la partenza per Vicenza

Convocata nella nazionale maggiore croata a soli 16 anni, Poljak poté allenarsi accanto a giocatrici affermate come Barbara Jelić, Nataša Osmokrović, Slavica Kuzmanić e Irina Kirillova. Anche senza trovare subito molto spazio in campo, considera quell’esperienza fondamentale per la propria crescita.

A 17 anni arrivò però una delle delusioni più importanti: l’esclusione dalla squadra destinata ai Giochi olimpici di Sydney. A distanza di anni, Poljak riconosce che proprio quel momento contribuì in maniera decisiva alla scelta di lasciare la Croazia.

«Sono sicura al cento per cento che, se avessi seguito una strada più comoda e fossi riuscita ad andare alle Olimpiadi, probabilmente non avrei deciso di partire così giovane», spiega.

La destinazione fu Vicenza, dove iniziò la sua carriera professionistica all’estero. Poljak aveva valutato anche la possibilità di studiare negli Stati Uniti e non aveva ancora completato la scuola. I genitori le lasciarono libertà di scelta, assicurandole il proprio sostegno.

La decisione comportò sacrifici per tutta la famiglia. A 17 anni non era pronta a vivere da sola per un’intera stagione e la madre trascorse lunghi periodi con lei in Italia, dividendosi tra Vicenza e la Croazia. Con il tempo Maja imparò a gestire autonomamente la nuova vita, mantenendo però un legame molto forte con i genitori.

La tappa vicentina, con l’intuizione di Giovanni Coviello e i primi successi internazionali, è stata ricostruita nell’approfondimento sulla carriera di Maja Poljak iniziata a Vicenza.

I ricordi dell’Italia e della Turchia

Poljak descrive l’Italia come «probabilmente il posto più bello nel quale iniziare una carriera professionistica». Ricorda palazzetti raccolti ma pieni, tifosi appassionati e un campionato nel quale anche le partite contro le squadre meno quotate potevano diventare difficili.

Dopo Vicenza e Bergamo, nel 2008 scelse la Turchia, trasferendosi al Türk Telekom Ankara. Molti considerarono quella decisione un passo indietro o l’avvicinamento alla fase conclusiva della carriera. Accadde invece il contrario.

La chiusura della sezione pallavolistica del club di Ankara la portò al VakıfBank guidato da Giovanni Guidetti. Poljak trovò un ambiente che definisce sano e solidale, partecipando direttamente alla crescita del movimento turco.

Il momento culminante arrivò nel 2011, con la conquista della Champions League. Per la pallavolo turca rappresentò un risultato storico e contribuì, secondo Poljak, a stimolare nuovi investimenti nei club.

Tra i ricordi più intensi della carriera inserisce anche la sua prima Champions League vinta con Bergamo e la rimonta nella finale scudetto contro Novara. In quell’occasione fu determinante un consiglio del presidente: non andare al servizio pensando a evitare l’errore, ma cercando direttamente il punto. Un invito a cambiare mentalità che la squadra riuscì a trasformare in una rimonta sportiva.

Gli infortuni, Mosca e la decisione di ritirarsi

L’ultima stagione, disputata con la Dinamo Mosca, fu una delle più difficili. Poljak era condizionata da problemi fisici importanti e aveva già compreso che quella sarebbe stata la conclusione della propria carriera.

Le trasferte della Superliga russa, alcune delle quali richiedevano lunghi voli attraverso diversi fusi orari, rendevano ancora più complicati il recupero e le terapie. Nonostante il club fosse disposto a confermarla, decise di fermarsi.

«Non mi sembrava corretto firmare nelle condizioni in cui mi trovavo», racconta. Aveva trascorso gran parte della stagione tra cure e lavoro differenziato, riuscendo comunque a concludere l’attività agonistica con il riconoscimento individuale di miglior centrale al Mondiale per club del 2017.

Intervista a Maja Poljak: dalla laurea alla nuova carriera sportiva

La preparazione alla vita successiva allo sport era cominciata prima del ritiro. Poljak aveva promesso a se stessa di laurearsi e, pur impiegando diversi anni, completò gli studi in Economia all’Università di Zagabria.

Il titolo di studio non eliminò l’incertezza. Dopo l’ultima partita attraversò alcuni mesi di preoccupazione perché, pur sapendo che avrebbe dovuto costruire una seconda carriera, non aveva ancora deciso quale strada seguire.

La transizione fu comunque rapida: terminò l’attività agonistica a maggio e nell’ottobre 2017 cominciò a lavorare in Lussemburgo come coordinatrice degli eventi della Confederazione europea di pallavolo. Vi rimase per cinque anni.

Poljak ammette che il passaggio dalla vita dell’atleta a quella professionale fu più difficile di quanto immaginasse. Dopo anni trascorsi cambiando continuamente squadra, città e Paese, sentiva il bisogno di stabilità e di relazioni capaci di durare.

La scelta di tornare in Croazia nacque proprio dal desiderio di costruire una base vicino alla famiglia e agli amici. Oggi opera nell’ambito dei fondi europei e della cooperazione internazionale del Comitato olimpico croato, continuando contemporaneamente a collaborare con il mondo della pallavolo.

Come è cambiata la pallavolo secondo la campionessa croata

Nella parte conclusiva dell’intervista, Poljak riflette sui cambiamenti della pallavolo. Il gioco contemporaneo è per lei più veloce, fisico e uniforme rispetto alle diverse “scuole” nazionali del passato.

Anche il pubblico è cambiato. Gli eventi non possono più rivolgersi soltanto agli appassionati tradizionali, ma devono offrire un’esperienza capace di coinvolgere famiglie, giovani e spettatori occasionali. Musica, illuminazione, tecnologia e nuovi strumenti di comunicazione diventano quindi parte dello spettacolo sportivo.

La condizione posta dall’ex centrale è netta: l’innovazione è positiva finché non mette a rischio la salute degli atleti. «Lo sport deve evolversi», afferma, ma senza dimenticare chi lo pratica.

L’intervista a Maja Poljak riassume il filo che unisce le diverse fasi della sua vita. L’esclusione olimpica, la partenza prematura dalla Croazia, gli infortuni e il ritiro sono diventati passaggi verso opportunità nuove.

«Alcune cose accadono per una ragione», conclude Poljak, «e davanti a noi può esserci sempre qualcosa di positivo che ci aspetta».


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