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Radicalizzazione del dibattito, sostegno all’occupazione ed elezioni imminenti: perché Netanyahu ha bocciato il piano del Board of Peace

Nessuna promessa infranta, nessuna uscita a sorpresa: Benjamin Netanyahu he sempre promesso che non avrebbe mai lasciato la Striscia di Gaza senza il completo disarmo di Hamas. Così, arrivati al dunque, nel corso della riunione di gabinetto di domenica ha ribadito la sua posizione respingendo il piano di pace in 15 punti presentato dal Board of Peace: l’esercito non arretrerà finché Hamas non sarà “genuinamente”, e non “fittiziamente”, disarmato, armi pesanti e leggere comprese. Non si tratta, però, solo di una presa di posizione di principio, ma di un passo in avanti nella radicalizzazione dello scontro con la controparte palestinese. A favorire l’approccio rigido del primo ministro israeliano concorrono più fattori: dalle imminenti elezioni al rilancio delle posizioni più estremiste a destra del Likud, oltre ai reali piani di Bibi sul futuro rapporto tra lo Stato ebraico e la popolazione palestinese.

Le posizioni di Netanyahu e del Board of Peace si scontrano sul metodo, più che sui principi. O meglio, sulle tempistiche. Il gruppo voluto dal presidente Usa Donald Trump, conscio che per arrivare a un’intesa col governo israeliano si debba puntare al disarmo del partito armato palestinese, ha pensato a concessioni reciproche, una sorta di ritiro secondo uno ‘stato di avanzamento dei lavori‘. In poche parole: ogni volta che Hamas dimostra di aver compiuto step prestabiliti nel suo processo di smilitarizzazione, anche Israele avrebbe dovuto mostrare la sua buona fede ritirandosi gradualmente dalla Striscia. Uno schema già ipotizzato nel processo di pace in più fasi. Per Netanyahu, però, questa formula non sembra più essere accettabile: prima Hamas dimostri di essersi disarmata completamente, è la sua visione, e solo successivamente Tel Aviv ritirerà i propri soldati dalla Striscia.

Quanto il premier sia in grado rispettare questa promessa, però, non è chiaro. I dubbi sorgono se si osservano le politiche sui Territori Occupati introdotte o rafforzate dal suo governo, in special modo dopo il 7 ottobre 2023, con continui avanzamenti dei coloni in aree destinate invece alla popolazione palestinese, finanziamenti statali alla costruzione di insediamenti e sentenze di tribunali che legalizzano l’occupazione. Dopo anni di politiche così aggressive, e con diversi esponenti del suo governo che invocano una nuova occupazione di Gaza, è difficile per la controparte palestinese credere che un disarmo totale possa portare al ritiro delle truppe israeliane.

A rafforzare questi timori ci sono poi le imminenti elezioni da tenersi entro il 27 ottobre. La tendenza della destra israeliana è evidentemente quella di radicalizzare ulteriormente il dibattito pubblico. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, sta promettendo occupazioni, cacciate di palestinesi, ha ottenuto la pena di morte per i terroristi che attentano alla vita degli ebrei ed è tornato a compiere le sue passeggiate sulla Spianata delle Moschee, uno dei luoghi più sacri dell’Islam e riservato solo alle preghiere dei musulmani. In un clima del genere, concessioni a Gaza rischierebbero di penalizzare la corsa elettorale del primo ministro più longevo della storia.

Così, il completamento della cosiddetta fase 2 dell’accordo può aspettare, con anche tutto ciò che contiene: il trasferimento dei poteri civili e di sicurezza a un comitato transitorio, il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione e un comitato di verifica indipendente. Rimane da capire quale sarà la reazione di Trump all’ennesima frenata del suo alleato in Medio Oriente.

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