Insegnare ai bambini a nuotare. Quasi il 20% non sa galleggiare. Federalberghi lancia l’allarme: “Servono corsi nelle scuole”.

L’Italia è un Paese circondato dal mare, con oltre 8.000 chilometri di coste, laghi e fiumi che disegnano una geografia fatta d’acqua. Eppure, quasi un italiano su cinque non sa nuotare.
A dirlo è un’indagine di Tecnè per Federalberghi, che fotografa un Paese paradossalmente impreparato ad affrontare il proprio elemento naturale.
I numeri parlano chiaro: solo il 53,7% degli italiani dichiara di sapersi muovere in acqua con sicurezza. Un 27,6% si ferma a una competenza limitata, “appena sufficiente per stare a galla”, come sottolinea il rapporto. Ma è il dato più estremo a preoccupare: il 18,7% non sa nuotare per nulla. Tradotto in numeri assoluti, parliamo di circa 11 milioni di cittadini che, in caso di caduta in acqua o di improvvisa difficoltà, non sarebbero in grado di reagire.
Uno scenario tanto più inquietante se si considera che il nostro Paese è tra quelli con la più alta esposizione alle attività acquatiche in Europa.
“Per continuare a vivere il mare, i laghi e le piscine come luoghi di benessere e di svago – commenta il direttore generale di Federalberghi, Alessandro Nucara – è necessario affiancare alla passione per l’acqua una crescente attenzione alla sicurezza. Perché il miglior tuffo è sempre quello che si conclude con un ritorno sereno a riva”.
Bambini in acqua: genitori troppo distratti
Ma dove si impara a nuotare? L’indagine rivela un dato sorprendente: la stragrande maggioranza di chi sa nuotare ha imparato per conto proprio o grazie ad amici e familiari. Il 42,8% ha ricevuto insegnamenti informali, il 40,2% è diventato autodidatta. Solo il 13,1% ha frequentato un corso privato (9% da bambino, 4,1% da adulto). Una magra consolazione per il sistema scolastico: appena il 3,9% ha imparato a nuotare tra i banchi (anzi, tra le vasche) della scuola primaria o secondaria. Un fallimento educativo che lascia scoperta un’intera generazione.
Ancora più allarmante è il comportamento dei genitori quando i figli minori si immergono in mare o in piscina. Solo il 41,2% li sorveglia da vicino. Un altro 34,2% li tiene d’occhio a distanza, mentre il 18,6% ritiene che siano “abbastanza grandi da cavarsela da soli”. Il dato più inquietante riguarda il 5,9% degli intervistati che addirittura affida la sorveglianza ad altri. In pratica, su dieci bambini che si tuffano, quasi sei non hanno un adulto che li segue da vicino.
Una cultura dell’acqua da costruire
“La riduzione del numero degli incidenti – insiste Nucara – passa per l’affermazione di una vera e propria cultura dell’acqua. Ciò significa promuovere l’apprendimento del nuoto fin dall’infanzia e sensibilizzare cittadini, imprenditori e turisti sui comportamenti corretti da adottare. Per un Paese con una vocazione balneare così marcata, il tema della piena alfabetizzazione acquatica deve essere un obiettivo primario, per la scuola e per la società”.
Insegnare a nuotare ai bambini, dunque, è la prima, fondamentale forma di prevenzione. Un investimento che salva vite, costa poco e produce effetti per tutta la vita. Perché l’acqua, quando si rispetta e si conosce, resta il luogo più bello per le nostre estati. Ma se la si affronta senza preparazione, può trasformarsi in una trappola mortale. Soprattutto per i più piccoli.
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