Ambiente

tra clan, Stato e innovazione globale


La “cultura del lupo” – da cui ha origine il suggestivo titolo dell’edizione italiana del volume – è anzitutto una filosofia organizzativa: lotta collettiva verso l’esterno, disciplina militarizzata verso l’interno, visione di lungo periodo come bussola strategica. È il collettivismo culturale cinese — Hofstede docet — portato all’estremo rigore ideologico e organizzativo, finalizzato al dominio dei mercati globali. Una formula che non prevede la separazione tra vita e lavoro, tra identità personale e appartenenza aziendale, tra lealtà al fondatore e lealtà al partito. Un modello, in sintesi, fondato su fiducia selettiva e controllo capillare governato secondo i principi della teoria dell’agenzia anch’essi estremizzati: estremi gli incentivi e la sorveglianza reciproca, assoluta l’identificazione fra interesse individuale e aziendale. E non si tratta di una case history isolata.

Proprio per questo ha senso ampliare la prospettiva fino al confronto fra le “due vie per la prosperità”, proposto dal recente volume del Premio Nobel Joel Mokyr con Avner Greif e Guido Tabellini (Due strade verso la prosperità. Mille anni di cultura e istituzioni in Europa e in Cina, Egea, pagg. 648, € 39). La tesi del ponderoso saggio è snella: la frammentazione politica europea, combinata con un contesto istituzionalista e orizzontale, ha favorito reti di imprese fondate sulla fiducia impersonale, che a loro volta hanno stimolato la competizione (fra imprese e fra istituzioni) alimentando circolarmente l’innovazione; la Cina, al contrario, ha coltivato reti verticali fondate su appartenenza e gerarchia, meno inclini all’innovazione perché sempre diffidenti verso ciò che minaccia l’ordine costituito, perseguendo la stabilità con il governo affidato a clan ristretti e non inclusivi. Da questa divergenza è nato il primato occidentale nell’innovazione e nella prosperità. Un primato durato quasi un millennio.

La sensazione, tuttavia, è che qualcosa stia cambiando, e molto velocemente. Del resto, oltre duecentocinquanta milioni di cinesi hanno ormai un reddito medio paragonabile a quello degli europei. La leadership tecnologica di Pechino in settori chiave —automotive, solare, 5G — è un fatto, non un trend da verificare. Il controllo delle catene di fornitura da cui tali tecnologie dipendono (dalle terre rare ai chip, vedasi Cxmt) è pressoché assoluto, così come sempre più deciso è il tentativo di assumere la guida mondiale delle general purpose technologies (e.g. World Artificial Intelligence Conference, 2026).

I dati parlano senza che nessuno debba torturarli. E la domanda che rimane aperta è se la tecnologia e la globalizzazione abbiano modificato il trade-off tra inefficienza della democrazia ed efficacia dell’innovazione spostando le curve di scambio verso una nuova, inquietante convergenza di interessi: quella tra autocrazie politiche e grandi imprese tecnologiche alleate sulla frontiera del dominio globale.

Ecco, se proprio non si chiude la Grande Divergenza fra le due vie per la prosperità di certo se ne accorcia la distanza fino al punto di sovrapposizione, da cui potrebbero addirittura derivare alcune dinamiche politico-istituzionali cui stiamo assistendo in Occidente. Le risposte non sembrano rassicuranti ma almeno abbiamo indizi per formulare domande migliori. E in un momento storico in cui le certezze del liberalismo economico scricchiolano sotto i colpi di dazi, reshoring sovranisti,guerre tecnologiche, e non solo, farsi domande migliori è già un buon risultato. Sperando che la capacità di interrogarsi rimanga, nei prossimi mille anni, l’unica vera via per la prosperità.


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