Dare sempre ragione ai figli non significa amarli. Lettera

Inviata dal docente Davide Cabassa – Quando chiedo ai miei alunni di non utilizzare il cellulare in classe, alcuni reagiscono con fastidio: “Eh no, prof, non è giusto!”.
È una reazione comprensibile, perché accettare un limite non è sempre facile, soprattutto in un’epoca in cui molti ragazzi sono abituati ad avere tutto e subito.
Credo che una delle difficoltà educative del nostro tempo sia proprio questa: alcuni giovani faticano a distinguere la libertà dalla maleducazione. Alla base può esserci anche un atteggiamento eccessivamente permissivo da parte degli adulti, quando, nel tentativo di evitare conflitti, si finisce per rinunciare al proprio ruolo educativo.
Essere genitori non significa essere semplicemente amici dei propri figli. Significa accompagnarli nella crescita, anche attraverso regole e responsabilità. A volte dire “no” è un gesto d’amore, perché aiuta un ragazzo a conoscere i propri limiti e a sviluppare rispetto verso gli altri.
Alcuni genitori, magari per paura di far soffrire i figli o di incrinare il rapporto con loro, tendono a difenderli anche quando hanno sbagliato. Ma sostenere sempre e comunque un figlio non significa necessariamente aiutarlo. Anzi, riconoscere un errore e imparare da esso è una delle esperienze più importanti nel percorso di crescita.
Nel libro I genitori devono essere affidabili, non perfetti, Elisabetta Rossini ed Elena Urso ricordano che un bambino sempre giustificato rischia di crescere senza sviluppare una corretta percezione di sé e degli altri. L’amore autentico, infatti, non coincide con l’assenza di limiti: educare significa anche saper indicare una strada.
Ripenso alla mia esperienza da ragazzo: quando ricevevo una nota disciplinare, mio padre tendeva a dare fiducia al professore e mi chiedeva di riflettere sul mio comportamento. Proprio grazie a quella collaborazione tra famiglia e scuola ho avuto la possibilità di imparare dai miei errori.
Oggi la scuola ha bisogno di ritrovare una forte alleanza educativa con le famiglie. Gli insegnanti non possono essere lasciati soli nel compito di educare, così come i genitori non devono rinunciare alla propria responsabilità formativa.
Un rimprovero, se dato con calma e con affetto, non è una punizione: è un messaggio che dice a un figlio “credo in te e so che puoi fare meglio”.
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