Società

Hikikomori, la storia di Aurora: “Non siamo persone da aggiustare”. L’importanza dell’ascolto a scuola. INTERVISTA

Aurora ha 17 anni e vive ancora una condizione di ritiro sociale. Grazie al testo Scrivo per te, premiato al Salone del Libro di Torino 2026, è riuscita però a far arrivare la propria voce oltre le mura di casa. Nella rubrica I PROTAGONISTI di Orizzonte Scuola, il suo racconto si intreccia con le testimonianze della madre Roberta, della docente di sostegno Luigia Ambrosino e di Giulia Ferretti, vicepresidente della Cooperativa Sociale Base di Reggio Emilia. Quattro prospettive per comprendere il ritiro sociale adolescenziale senza giudizi, semplificazioni o facili ricette.

La storia di Aurora non viene raccontata come una guarigione né come un percorso ormai concluso. Il riconoscimento ottenuto al Salone del Libro rappresenta un passaggio importante, ma non cancella le difficoltà quotidiane di una ragazza che continua a vivere prevalentemente nella propria stanza e che, attraverso la scrittura, ha trovato uno spazio nel quale esistere, immaginare e dare forma a ciò che sente. La puntata de I PROTAGONISTI dedicata al ritiro sociale adolescenziale ha messo al centro proprio questa complessità. Dietro l’isolamento non ci sono pigrizia, capriccio o mancanza di volontà, ma spesso una sofferenza profonda, accompagnata dalla paura del giudizio, dal senso di inadeguatezza e dalla difficoltà di sostenere le aspettative provenienti dal mondo esterno.

Aurora scrive alla sé stessa del futuro

Nel testo Scrivo per te, Aurora si rivolge alla persona che sarà tra alcuni anni. Non vuole che la ragazza del futuro rinneghi ciò che oggi sta vivendo, né che consideri la propria sofferenza qualcosa da cancellare. La scrittura diventa così un modo per custodire la memoria di sé e, contemporaneamente, un invito rivolto agli altri a non fermarsi alle apparenze. “Volevo affidargli quella che sono ora e che sono stata nel passato- ha detto Aurora – Come ho scritto all’interno del testo, col tempo ci si ritrova a guardarsi indietro e non riconoscersi, capita adesso in relazione alla me del passato e sicuramente capiterà in futuro con la me che sono ora. Ecco scrivendo questa sorta di lettera volevo che la me del futuro, pur andando avanti con la sua vita, non finisse per odiare la se stessa del passato. Non volevo che tra qualche anno, tutto quello che sto vivendo o che ho vissuto diventi qualcosa da cancellare, qualcosa di cui vergognarsi o da odiare, ma invece qualcosa da riconoscere e non scordarsi e questo si lega a quello che invece ho voluto far capire a chi invece leggeva esternamente. Volevo far capire di non fermarsi alla superficie delle cose, delle persone, ma di vedere oltre, con maggiore sensibilità ed empatia. La stessa cosa che ho voluto ricordare alla me del futuro”.

Le parole di Aurora mostrano quanto possa essere doloroso sentirsi osservati soltanto attraverso ciò che non si riesce più a fare: uscire, frequentare la scuola in presenza, incontrare gli amici. I consigli non richiesti e le esortazioni a reagire rischiano di trasformarsi in un ulteriore peso. “Di cose difficili ce ne sono tante, penso che quella in assoluto più difficile sia che non si risolve niente dando consigli inutili e non richiesti ma anzi si finisce solo per peggiorare e far sentire la persona in questione qualcosa da aggiustare, come se fosse rotta. Non si risolve nulla a dire “Esci” oppure “bisogna che vai fuori con i tuoi amici o ritorni a scuola (in presenza)” ma anzi si finisce per peggiorare ancora di più. Altra cosa difficilissima da far capire è che tutto questo non è un capriccio, non si ha davanti una persona che non ha semplicemente voglia, ma una persona che sta lottando contro se stesso e che sta male e ha trovato l’unico modo per soffrire di meno”.

Il premio al Salone del Libro e la fatica di essere osservata

Il passaggio dalla propria stanza a un luogo affollato e fortemente simbolico come il Salone del Libro di Torino è stato emozionante, ma anche difficile. Il premio ha permesso alla voce di Aurora di raggiungere un pubblico più ampio, senza però annullare il disagio provocato dall’attenzione degli altri e dalla presenza di molte persone. “Sicuramente è stato molto emozionante – ha dichiarato Aurora – da grandissima lettrice ho sempre visto il Salone del Libro come qualcosa di lontano ma importantissimo, come quello a cui ogni scrittore vuole arrivare, quindi quando ho scoperto che la premiazione si sarebbe tenuta lì ero forse più emozionata per quello, che per tutto il resto. Nel momento in cui però mi sono trovata per esempio a ritirare il premio quindi con le persone che anche solo per due minuti prestavano attenzione a me è stato per me un po’ brutto. Ero molto a disagio, poi passato quel momento sono tornata a stare meglio, anche se dopo non sono riuscita a fare un giro tra i vari stand come avevo organizzato perchè preferivo uscire da lì. C’era parecchia gente e caos e avevo bisogno di un po’ di calma e tranquillità”.

La scrittura, nella vita di Aurora, non nasce principalmente come uno strumento per raccontarsi agli altri. È soprattutto un universo nel quale rifugiarsi, creare personaggi e attraversare mondi diversi. Anche quando non scrive direttamente di sé, le storie la aiutano a mettere ordine dentro ciò che prova. “La scrittura per me è sempre stata e sempre sarà un rifugio, un posto in cui raggiungo molteplici mondi e in cui mi estraneo dal mio. Non sarà mai per me un modo per comunicare anche perché con la prosa è stata la prima volta che ho scritto qualcosa di autobiografico e personale e ritengo che appunto rimanga un episodio isolato. Amo scrivere ma farlo come ho sempre fatto, ovvero solo per la mia felicità di fare viaggi, creare mondi, personaggi, trame. Quindi sì, per me la scrittura è sempre stata un rifugio ma allo stesso tempo una porta su una vastità di cose e pur non scrivendo mai di me o della mia vita, attraverso i personaggi o comunque le storie in modo indiretto e involontario riuscivo e riesco sempre a mettere ordine anche dentro me stessa. La scrittura semplicemente per me è tutto e chiamarla rifugio è riduttivo per quanto invece è immensa”.

Agli adulti Aurora non chiede domande insistenti né soluzioni già pronte. Chiede soprattutto la disponibilità ad ascoltare e ad aspettare, anche quando non riesce o non desidera parlare. “Una forse che pesa più di tante è il perchè io non esca… in realtà pensandoci questa è l’unica domanda che mi dà fastidio anche perchè è l’unica che pongono, solitamente arrivano sempre con affermazioni e concetti propri già stabiliti. Pensando invece a una domanda che vorrei mi facessero, non lo so. Probabilmente preferirei che semplicemente ascoltassero e, in caso non avessi nulla da dire, mi aspettassero. So che è un po’ pretenziosa come cosa, ma penso sarebbe l’unica che gradirei”.

Roberta: il dolore del giudizio e dei silenzi

Per Roberta, mamma di Aurora, parlare pubblicamente della storia della figlia significa innanzitutto mostrare che Aurora continua a esserci, anche quando la sua presenza non è visibile all’esterno. Il premio ha rappresentato l’occasione per raccontare qualcosa di bello senza trasformare il percorso in una narrazione semplicistica di rinascita. “In realtà con le persone non ho mai nascosto la situazione di Aurora. Ho semplicemente imparato, con il tempo, a parlarne con le persone giuste, perché non tutti riescono a capire cosa significhi vivere una situazione del genere. Questa volta ho deciso di raccontarla perché è successa una cosa bella. Volevo far capire che, anche se Aurora vive ancora nel suo mondo e nella sua quotidianità, lei c’è, esiste, e attraverso la scrittura è riuscita a far arrivare la sua voce anche oltre le mura di casa. Spero che questo possa aiutare le persone a fermarsi un momento, a guardare oltre i pregiudizi e a conoscere un po’ di più la realtà di questi ragazzi e delle loro famiglie”.

Il passaggio più doloroso non è stato soltanto comprendere il ritiro o cercare un aiuto professionale, ma spiegare la situazione a chi la osservava attraverso pregiudizi e soluzioni apparentemente semplici. “Sicuramente spiegare la situazione agli altri. È la cosa che mi ha fatto più male. Chi non ha mai vissuto una situazione simile spesso non riesce a capire cosa significhi vedere un figlio soffrire e tende a dare giudizi o soluzioni semplici a un problema che semplice non è”.

Alle parole giudicanti si sono aggiunti, in alcuni casi, il silenzio e il disinteresse. Frasi pronunciate con leggerezza possono far sentire i genitori responsabili della sofferenza del figlio, aumentando il senso di solitudine e di fallimento. “Le classiche frasi che tante famiglie si sentono dire: “Se fosse mia figlia saprei io come farla uscire”. Oppure: “Due pedate nel sedere e vedrai che a scuola ci va”. O ancora: “Perché la lasci stare in casa?”. Come se fossi io a volerla tenere lì. Oppure: “Deve farsi delle amiche”. Come se bastasse dirlo. Ma hanno fatto male anche i silenzi, il disinteresse di alcune persone che non hanno mai chiesto come stesse Aurora o se noi avessimo bisogno di una mano. All’inizio quelle parole e quei silenzi ferivano tantissimo. Oggi è Aurora che mi ha insegnato a dare meno peso al giudizio degli altri. Devo però dire che mi sento anche molto fortunata, perché accanto a noi ci sono sempre state persone straordinarie. Mio marito, i miei genitori, le mie amiche, le Dott.sse Sassi e Ferretti e anche la madrina di Aurora, che pur vivendo in Calabria non ha mai smesso di preoccuparsi per lei. È anche grazie a loro se ho trovato la forza di essere la mamma di cui Aurora aveva bisogno”.

La rete che impedisce alla famiglia di restare sola

La storia di Aurora mostra quanto sia importante costruire una rete tra famiglia, scuola, professionisti, servizi sociali e realtà educative del territorio. I primi segnali erano presenti già nella scuola primaria, ma è stato l’incontro con figure capaci di collaborare e di ascoltare a modificare il percorso della famiglia. “Me ne sono accorta in diversi momenti. I primi segnali c’erano già alle elementari. Da mamma sentivo che dietro a quelle difficoltà c’era qualcosa di più. Tengo però a dire che le maestre di Aurora, Tiziana e Lucia, le sono sempre state vicine e ancora oggi continuano a chiedermi come sta. Sono anche venute alla premiazione del sindaco, e questo per me ha significato tanto. La prima vera svolta è arrivata negli ultimi due anni delle elementari, quando, grazie alla pediatra, abbiamo conosciuto la psicologa di Aurora. Successivamente è arrivata anche Giulia Ferretti, grazie a un progetto del Comune in collaborazione con i Servizi Sociali. È stato lì che abbiamo iniziato a fare rete e, per la prima volta, non mi sono più sentita sola. Quando però quel progetto si è interrotto, mi sono resa conto ancora di più di quanto quella rete fosse fondamentale. Da sola, una famiglia fa molta più fatica e, senza una rete unita tra famiglia, scuola e professionisti, è molto più difficile anche riuscire a far comprendere alla scuola i bisogni reali di un ragazzo e le sue necessità”.

Giulia Ferretti, vicepresidente della Cooperativa Sociale Base di Reggio Emilia, spiega che accompagnare una ragazza in ritiro sociale significa lavorare contemporaneamente sulla relazione educativa e sulla connessione tra tutti gli adulti coinvolti. “Fin dall’inizio abbiamo cercato di collocarci in una posizione educativa che fosse al tempo stesso di prossimità e di regia, consapevoli che il ritiro sociale non è un problema individuale, ma un fenomeno sistemico che interroga l’intera comunità. In altre parole abbiamo concentrato le nostre energie nel costruire una relazione educativa stabile con ragazza e famiglia e, contemporaneamente, nel mettere in connessione tutte le persone coinvolte nella vita di Aurora. Sul piano educativo, il nostro compito è stato quello di costruire una relazione stabile, non giudicante, capace di tollerare anche lunghi periodi di apparente immobilità. La relazione educativa, in questi casi, è lo strumento attraverso il quale il/la ragazzo/a può lentamente ritrovare fiducia negli adulti e nelle proprie possibilità evolutive. Parallelamente abbiamo lavorato con la famiglia, con la scuola e con i servizi affinché ciascuno potesse mantenere il proprio ruolo, evitando deleghe reciproche o, al contrario, sovrapposizioni. In questo quadro l’educatore/educatrice favorisce il dialogo tra queste figure e contribuisce a costruire una rete coesa, capace di contenere l’angoscia degli adulti senza trasformarla in pressione su ragazz*”.*

Accompagnare senza forzare il cambiamento

Secondo Ferretti, il ritiro sociale non può essere ricondotto a un singolo fattore né interpretato semplicemente come dipendenza da internet. La dimensione digitale può rappresentare, in alcuni casi, uno degli ultimi spazi nei quali il ragazzo mantiene interessi, relazioni e contatti con l’esterno. “L’esperienza di questi anni con ragazzi e ragazze che abbiamo seguito sul territorio dell’Unione Tresinaro Secchia ci mostra che il ritiro sociale non può essere affrontato come un problema individuale. È un fenomeno complesso, che nasce dall’intreccio di molte dimensioni: personali, relazionali, familiari e sociali. Questi ragazzi e queste ragazze non soffrono di pigrizia o dipendenza da internet, al contrario, in molti casi la dimensione digitale rappresenta una delle poche possibilità rimaste per mantenere un collegamento con il mondo esterno, con i propri interessi e con una dimensione relazionale. Quando un ragazzo o una ragazza percepisce di non riuscire a rispondere a queste aspettative, può sviluppare un forte senso di inadeguatezza e di fallimento e il ritiro può diventare allora una strategia di protezione dal dolore, dalla vergogna e dalla paura del giudizio”.

Sospendere il giudizio non significa rinunciare agli obiettivi educativi, ma creare le condizioni affinché il cambiamento possa maturare senza essere imposto. Nei percorsi di ritiro sociale, i progressi non sono necessariamente rappresentati dal ritorno immediato a scuola o dalle prime uscite da casa. “Nella pratica, per un educatore/educatrice questo significa, prima di tutto, dedicarsi alla costruzione di una relazione di fiducia attraverso un ascolto profondo e non giudicante. Significa cercare di comprendere quale sofferenza, quale fatica o quale bisogno si trovino dietro all’isolamento, senza fermarsi al comportamento osservabile. Significa anche accettare che inizialmente i progressi possano essere piccoli e che non possano essere misurati esclusivamente attraverso indicatori tipici delle aspettative adulte, come il ritorno immediato a scuola o la ripresa delle uscite da casa. Significa accettare che il cambiamento proceda raramente in linea retta. Nei percorsi di ritiro sociale è normale alternare momenti di apertura a battute d’arresto e persino a passi indietro. Queste fasi non devono essere lette come un fallimento, ma come parte del processo evolutivo”.

La fretta di “far uscire” un adolescente rischia di concentrare l’attenzione esclusivamente sul comportamento visibile, senza intervenire sulle ragioni profonde che hanno reso il ritiro una forma di protezione. “Il ritiro sociale è un sintomo, non il problema. Il cuore della sofferenza risiede in un blocco del percorso evolutivo adolescenziale e il ritiro rappresenta la modalità con cui quel ragazzo o quella ragazza cerca, seppur in modo disfunzionale, di proteggersi da un dolore che non riesce più a sostenere. Se concentriamo tutte le energie sul far uscire il/la ragazzo/a di casa rischiamo di intervenire sul sintomo senza comprendere le cause che hanno portato a quella chiusura. La fretta nasce spesso dall’ansia degli adulti, ed è comprensibile. Tuttavia, un adolescente che vive un profondo senso di inadeguatezza può percepire quella pressione come un’ulteriore conferma di non essere all’altezza delle aspettative. Per questo preferiamo parlare di riattivazione del percorso evolutivo più che di semplice “uscita dal ritiro”. Ogni passo avanti nasce da una fiducia ritrovata del/della ragazzo/a nelle proprie risorse e nelle relazioni con gli altri, non dalla necessità di rispondere alle aspettative degli adulti”.

La scuola come ponte verso il mondo esterno

Nel percorso di Aurora, la scuola ha cercato modalità alternative per garantire il diritto all’apprendimento senza trasformare la didattica in una nuova fonte di pressione. La docente di sostegno Luigia Ambrosino ha compreso che non sarebbe stato possibile applicare un modello rigido o prestabilito. “Conoscevo la situazione di Aurora grazie al confronto con la collega dell’anno precedente e avevo studiato il fenomeno degli Hikikomori durante gli studi universitari. Dai libri avevo compreso quanto fosse complessa e delicata questa realtà, mentre la mia collega mi aveva trasmesso la cura e la sensibilità necessarie. Queste premesse mi sono servite per orientarmi all’inizio, ma è stato nel momento in cui ho conosciuto davvero Aurora che ho compreso la sua difficoltà nel fidarsi dell’altro e nell’instaurare una relazione, anche attraverso le videolezioni. Non ho applicato un approccio educativo predefinito, in quanto ho capito subito che la chiave sarebbe stata la flessibilità: “adattarmi” giorno dopo giorno a ciò che la relazione con lei richiedeva”.

Ascolto attivo, assenza di giudizio e personalizzazione hanno permesso alla didattica di trasformarsi in uno spazio di incontro. L’obiettivo non era chiedere continuamente una prestazione, ma mantenere aperto il legame con la comunità scolastica. “L’ascolto attivo, l’assenza di giudizio e una didattica personalizzata sono stati gli elementi chiave che hanno permesso di instaurare un rapporto basato sulla comunicazione e sulla fiducia. Per mantenere vivo il rapporto con la scuola, io e la mia collega Salsi abbiamo cercato di non farle mai percepire la didattica come una pressione o una prestazione da valutare, ma come uno spazio d’incontro. Ci siamo mosse a piccoli passi, rispettando i tempi della ragazza, valorizzando le sue passioni e garantendo una presenza costante ma discreta”.

Nell’istruzione domiciliare, il rapporto di fiducia assume un valore ancora più importante perché il docente può rappresentare uno dei pochi collegamenti rimasti con l’esterno. “Il rapporto di fiducia è fondamentale, perché nell’Istruzione Domiciliare l’insegnante rischia di essere l’unico ponte rimasto tra la studentessa e il mondo esterno. Se si spezza quel legame, si rischia di perdere del tutto il contatto. In una didattica tradizionale la presenza fisica, la condivisione dello stesso spazio e la quotidianità facilitano la costruzione della relazione. Attraverso lo schermo di un PC, invece, bisogna compiere uno sforzo in più per abbattere le distanze e fare sentire la propria vicinanza”.

Anche secondo la Ferretti, l’istruzione domiciliare non deve essere considerata una rinuncia, ma uno strumento flessibile per mantenere aperto il diritto all’istruzione e il senso di appartenenza. “L’obiettivo iniziale non può essere semplicemente il ritorno alla frequenza ordinaria o il recupero immediato delle prestazioni perse, ma il mantenimento del legame. In questo senso l’istruzione domiciliare, quando viene costruita in collaborazione tra scuola, famiglia e servizi, può rappresentare uno strumento prezioso, non è una rinuncia alla scuola, ma una modalità diversa per continuare a garantire il diritto all’istruzione in una fase di particolare fragilità. Il valore più importante dell’istruzione domiciliare è anche simbolico, permette alla scuola di comunicare al/la ragazzo/a un messaggio molto umano e inclusivo: “anche se oggi non riesci a essere qui, continui a far parte della comunità scolastica”. Ciò che conta è che il percorso rimanga flessibile e possa modificarsi nel tempo in base all’evoluzione della situazione, ai bisogni emergenti e alle risorse del/della ragazzo/a”.

I segnali da riconoscere prima dell’isolamento completo

Il ritiro sociale raramente comincia all’improvviso. Si sviluppa spesso attraverso cambiamenti progressivi che, presi singolarmente, possono essere difficili da interpretare. Per questo è necessario osservare non soltanto il tempo trascorso online o in casa, ma il restringimento complessivo degli spazi di vita. “Il ritiro sociale di solito non compare da un giorno all’altro, è un processo graduale, fatto di piccoli cambiamenti che nel tempo possono diventare sempre più evidenti. I primi segnali possono essere la rinuncia alle attività che prima davano piacere, l’allontanamento dagli amici, il progressivo rifiuto della scuola, il cambiamento del ritmo sonno-veglia, il crescente isolamento nella propria stanza o una forte sofferenza di fronte alle richieste scolastiche/relazionali e soprattutto il loro impatto sulla qualità della vita del/della ragazzo/a. Più che il singolo comportamento, è importante osservare la continuità di questi cambiamenti. L’errore più grande è aspettare che il/la ragazzo/a smetta completamente di uscire di casa. È importante chiedere aiuto e attivare i servizi preposti del proprio territorio, intervenire precocemente significa costruire una rete di adulti che sappia ascoltare prima ancora di chiedere risultati”.

La scuola, di fronte a uno studente che manifesta un forte disagio, deve evitare etichette e giudizi, riconoscendo l’unicità della storia e dei tempi di ciascuno. “La scuola, così come la vita quotidiana, dovrebbe evitare di giudicare o etichettare lo studente. Ogni studente è unico, ha la sua storia, i suoi tempi e il suo carattere, e la scuola ha il dovere di rispettarli. Bisognerebbe adottare una didattica personalizzata e costruire un ambiente sicuro in cui lo studente si senta compreso per ciò che è e per ciò che vive”.

Ai docenti che accompagnano ragazzi in situazioni simili, Luigia Ambrosino rivolge un invito a non scoraggiarsi davanti alla lentezza del percorso. “Non giudicare mai né etichettare lo studente, e soprattutto di non abbattersi. All’inizio ci si sente davanti a una montagna davvero difficile da scalare, ma attraverso i piccoli passi costruiti giorno dopo giorno insieme allo studente, la salita diventa meno faticosa. Ci vogliono costanza, molta pazienza e una grande motivazione nel voler superare gli ostacoli insieme”.

“Chiedere aiuto non significa aver fallito”

Il messaggio conclusivo di Roberta è rivolto ai genitori che vedono un figlio chiudersi progressivamente e non sanno come intervenire. Non esiste una soluzione valida per tutti, ma è fondamentale non rimanere soli e non interpretare la richiesta di sostegno come una sconfitta. “È una domanda difficile, perché ogni ragazzo è diverso e ogni storia è diversa. Quello che mi sento di dire è di vivere un giorno alla volta, di non sentirsi soli e di cercare le persone giuste, che sappiano ascoltare senza giudicare. Io ho avuto la fortuna, nella sfortuna, di incontrare professionisti che non mi hanno mai fatto sentire una mamma sbagliata, anche se per anni io mi sono sentita così. Direi ai genitori di stare accanto ai propri figli, di ascoltarli quando hanno voglia di parlare e di rispettare il loro silenzio quando non se la sentono. Sono ragazzi spesso molto sensibili, intelligenti e fragili allo stesso tempo. Credo che obbligarli non serva: hanno bisogno soprattutto di sentirsi accolti, rispettati e amati per quello che sono, senza sentirsi continuamente giudicati. E, soprattutto, non abbiate paura di chiedere aiuto. Chiedere aiuto non significa aver fallito come genitori, ma voler bene a vostro figlio e fare tutto il possibile per lui”. 


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