Società

Buoni pasto negati a 1,2 milioni di docenti: il diritto esiste ma lo Stato lo ignora. Ecco la soluzione per sbloccare 500 milioni di euro. INTERVISTA a Pacifico (ANIEF)

“Il problema è semplice nella sua drammaticità”. Così Marcello Pacifico, presidente nazionale di ANIEF, sintetizza la questione dei buoni pasto per il personale scolastico, intervenuto ai microfoni di Orizzonte Scuola durante la scuola estiva del sindacato a Terrasini, in provincia di Palermo.

E la drammaticità, in effetti, si misura in numeri: 1,2 milioni di lavoratori della scuola restano esclusi da un diritto che la direttiva europea riconosce a chiunque superi le 6 ore di lavoro giornaliere.

Mentre per i dipendenti universitari il buon pasto è già una realtà consolidata, per insegnanti e Ata il ristoro resta un miraggio. Eppure, come sottolinea Pacifico, “in tutti i contratti è stato inserito il diritto al buoni pasto”, ma nell’atto pratico qualcosa si inceppa. La colpa? La mancanza di risorse, certo, ma anche e soprattutto l’assenza di un riconoscimento formale che trasformi un’aspettativa in un diritto esigibile.

La direttiva europea c’è, ma in Italia non basta

Il quadro normativo è chiaro. La direttiva europea non solo prevede la possibilità di inserire i buoni pasto nella contrattazione collettiva, ma definisce anche i criteri: il famoso scatto dopo le 6 ore di lavoro. Un parametro che nella gran parte dei contratti pubblici italiani è stato recepito, con una clamorosa eccezione: il comparto scuola.

“La contrattazione integrativa nella sanità funziona con le aziende ospedaliere – spiega Pacifico – e noi chiediamo che lo stesso meccanismo venga applicato alla scuola, con la contrattazione di istituto”. Una soluzione che, secondo il sindacalista, potrebbe aggirare l’ostacolo delle risorse, o almeno porre le basi per superarlo.

Un tesoretto nascosto nei fondi di istituto

Ed è qui che la proposta di ANIEF si fa concreta. Pacifico rivela un meccanismo finanziario che molti ignorano: “Con i soldi della formazione incentivata per riconoscere le figure di sistema e il lavoro svolto, si libereranno delle risorse che potrebbero essere a disposizione dei fondi di istituto”. Una cifra stimabile in centinaia di milioni di euro che, ad oggi, restano intrappolati in dinamiche burocratiche.

Ma il punto cruciale, ribadisce il presidente ANIEF, è un altro: “Se non passa il diritto, non puoi nemmeno rivendicarlo in tribunale”. La Cassazione è stata chiara: senza un riconoscimento formale, qualsiasi azione legale per ottenere il ristoro è destinata al fallimento. Ecco perché l’urgenza non è tanto trovare subito i soldi, quanto far sì che il diritto venga sancito.

Un impegno tradito dal governo

La partita, peraltro, non è nuova. “Più di un anno e mezzo fa – ricorda Pacifico – l’impegno era stato preso in Aran, con una risoluzione parlamentare che impegnava il governo a risolvere la questione”. Ma il tempo passa, gli impegni restano sulla carta e i lavoratori della scuola continuano a sostenere turni prolungati senza alcun ristoro.

La proposta di ANIEF, dunque, è duplice: da un lato rimettere la materia della contrattazione integrativa in tutti i comparti pubblici, dall’altro avviare un percorso che porti al riconoscimento del diritto, indipendentemente dalla disponibilità immediata di risorse. Perché, come spiega Pacifico, “se il diritto passa, poi puoi rivendicarlo. Ma se non viene riconosciuto, resta una promessa senza valore”.

La soluzione è a portata di mano

Numeri alla mano, il costo stimato per estendere i buoni pasto a tutto il personale scolastico si aggirerebbe intorno ai 500 milioni di euro annui. Una cifra importante, certo, ma che va rapportata al tesoretto che potrebbe liberarsi dai fondi di istituto e all’impatto positivo sul morale e sulla produttività di oltre un milione di lavoratori.

La strada è tracciata: contrattazione di istituto, utilizzo virtuoso delle risorse per la formazione, riconoscimento formale del diritto. Il tutto in attesa che il governo, dopo un anno e mezzo di impegni, passi finalmente dalle parole ai fatti. Perché, come conclude Pacifico, “il buon pasto non è un favore, ma un ristoro per chi lavora oltre le 6 ore. E questo, in Europa, è un diritto sacrosanto”.

Intervista a cura di Fulvia Subania


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