Pirandello, l’altra scena tra i registri d’esame in mostra a Santa Severina
Al Castello di Santa Severina tra schizzi, caricature e pupazzetti la mostra “Pirandello disegnava” racconta un autore che pensava per immagini
«Avverto che quella vecchia signora è tutto il contrario di ciò che una vecchia signora dovrebbe essere». Così scriveva Pirandello nell’immortale saggio L’Umorismo, mettendo in scena la differenza tra il comico e l’umoristico, tra il riso immediato e la riflessione che lo incrina. È da quello scarto, forse, tra ciò che appare e ciò che si scopre riflettendoci, che conviene partire per guardare ai disegni ritrovati sui verbali d’esame del Magistero Femminile di Roma, oggi Roma Tre: schizzi, caricature, pupazzetti tracciati a margine di un compito burocratico, in cui si sorprende un Pirandello che pensa per immagini mentre crede di controllare un esame.
“PIRANDELLO DISEGNAVA”
Questo è il materiale protagonista della mostra “Pirandello disegnava”, che da oggi, 23 luglio, approda per la prima volta fuori dagli spazi accademici, al Castello di Santa Severina. «Lieti di portare questa mostra dagli spazi universitari in una dimensione estiva e solare, ci auguriamo possa rappresentare un’occasione per raccontare a un pubblico più ampio possibile la storia di questa insolita scoperta. Siamo certi che questo nuovo contesto permetterà di rileggere quei documenti e quelle testimonianze da un punto di vista differente e in maniera più ricca» afferma il professor Giuseppe Crimi, professore di Letteratura italiana all’Università Roma Tre, che quel corpus lo ha scoperto e ora lo cura, insieme alle colleghe Manuela Riosa e Monica Venturini.
Perché Pirandello, novant’anni dopo la morte, non ha mai smesso di essere ovunque: nei testi che si continuano a mettere in scena da Tokyo a Buenos Aires, nelle traduzioni che si moltiplicano, nella tenuta di categorie come il doppio, la maschera, il relativismo dell’io, diventate strumenti con cui si pensa la contemporaneità anche senza saperlo. Ma quei disegni raccontano qualcosa che nessun trattato critico aveva ancora restituito: un Pirandello professore che, esame dopo esame, invece di controllare l’orologio disegnava dadi, maschere, scheletri e animali, gli stessi simboli che avrebbe poi messo in scena nei suoi drammi, qui ancora informi, ancora prima della parola. Si tratta di materiale che ci permette di avere sempre più chiaro io mosaico della persona e della personalità di uno degli autori italiani immortali. Abbiamo avuto la splendida opportunità proprio di dialogare col professor Crimi.
Come è avvenuto il ritrovamento del corpus inedito e perché vi siete resi conto subito della sua eccezionalità?
«Sapevamo che dal 1898 al 1922 Pirandello aveva insegnato al Magistero Femminile di Roma, poi diventato Roma Tre. Siamo allora andati a caccia, negli archivi, di documenti amministrativi su Pirandello professore che potessero raccontare una parte della storia del nostro Ateneo agli studenti; ed eravamo certi che avremmo scovato qualche traccia, mai, però, avremmo pensato a un ritrovamento così stupefacente: disegni stravaganti sui registri degli esami, gesti di creatività esplosiva su documenti ufficiali. All’inizio non eravamo completamente sicuri che gli schizzi fossero dello scrittore siciliano, ma abbiamo compreso che quel caos fatto di inchiostro era comunque un unicum. Poi, una volta incrociate con pazienza informazioni e testimonianze, la conferma».
Che cosa ci dicono questi schizzi e bozzetti su un Pirandello meno noto, cioè sul suo modo di pensare per immagini?
«Non era un mistero che Pirandello disegnasse e dipingesse, però questi disegni raccontano un aspetto meno conosciuto dello scrittore, quando, per vivere, insegnava. E dicono che la sua creatività non si arrestava neanche nei momenti ufficiali. È arcinota, del resto, l’affermazione di Joseph Conrad “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”. Pirandello, come altri colleghi, pensava per immagini: le descrizioni caricaturali nei romanzi o nelle novelle hanno senz’altro un forte debito nei confronti delle esperienze figurative. Non dimentichiamolo, i disegni caricaturali costituivano un linguaggio assai diffuso sui periodici fra Otto e Novecento che Pirandello conosceva bene».
In che misura questa scoperta cambia o amplia la lettura critica di Pirandello come autore e come drammaturgo?
«Si tratta di una scoperta che aggiunge informazioni sull’immaginario dell’artista, che anche nella quotidianità e nel lavoro istituzionale fissava sulla carta figure, come dadi, maschere, scheletri e animali, che richiamano alcuni temi ricorrenti nei suoi scritti: il destino, il doppio, l’apparenza, la morte. “Possiamo leggere in questi fogli una dimensione più intima o più ironica dell’autore? “Entrambe. Abbiamo davanti agli occhi le espressioni di un Pirandello che cercava di allentare la tensione in momenti faticosi e di trovare una via di fuga da un ruolo che sentiva non pienamente suo. Allo stesso tempo quelle immagini rispecchiano, in molti casi, la dimensione “umoristica” pirandelliana».
Perché avete scelto di portare l’esposizione fuori dal contesto accademico, proprio al Castello di Santa Severina?
«Per quanto allestita in un contesto accademico, la mostra a Roma è stata concepita fin dall’inizio per un pubblico di non specialisti. Per questo motivo abbiamo accolto con enorme piacere la proposta di Franco Eco per una nuova edizione calabrese e in un contesto solare, che sicuramente dà un respiro più ampio e una maggiore visibilità alla scoperta dei disegni: il Castello, con i suoi magnifici spazi, offre una cornice unica e valorizza i pezzi esposti».
Che cosa può cogliere un visitatore non specialista di questa mostra, e quale messaggio volete che resti al pubblico?
«Questa mostra permette di far capire come in molti artisti il flusso creativo sia spesso inarrestabile e sollecitato nella vita quotidiana anche da episodi apparentemente banali. E come, a lungo, arte e letteratura siano state davvero “sorelle”. Vogliamo ricordare a noi stessi e agli altri che la ricerca ha una componente, affascinante, di imprevisti, che possono portare molto lontano».
Questa scoperta apre nuove linee di ricerca su Pirandello o su altri materiali ancora da individuare negli archivi di Roma Tre?
«Direi di sì: l’archivio è un luogo che sa essere particolarmente generoso. Molte strade sarebbero percorribili, la prima che mi viene in mente riguarda le tante studentesse del Magistero, poi diventate insegnanti o scrittrici, che hanno dato un contributo significativo al Novecento. Nomi ai quali è tempo di restituire volti e storie».
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