Cultura

EP: Cutscene – A Piece Of Life

Credit: Bandcamp

C’è un momento in “Concrete Line” in cui Seb Mason sembra cantare come se stesse cercando una via d’uscita più che un ritornello. È da lì che conviene iniziare a conoscere i Cutscene. Non dalla scena di Manchester, né dai paragoni – inevitabili – con l’ultima ondata di guitar band britanniche. Piuttosto da cinque canzoni che parlano di immobilità, appartenenza e del desiderio di spostare, anche solo di qualche centimetro, il proprio orizzonte.

Il quintetto, approdato di recente alla Heist or Hit, arriva al debutto con A Piece Of Life, un EP che raccoglie i singoli pubblicati negli ultimi mesi e aggiunge nuovi tasselli a un’identità già piuttosto riconoscibile. Non tanto per il suono – oggi è difficile essere davvero originali – quanto per il modo in cui sceglie di abitare quelle coordinate senza trasformarle in un esercizio di stile.

Dentro queste cinque tracce convivono il nervosismo del post-punk, la sensibilità melodica dell’indie rock e un gusto per le dinamiche che evita la ricerca dell’effetto facile. Le chitarre non entrano mai con gli anfibi ai piedi: consumano gli spigoli delle canzoni lentamente, come l’umidità sui muri delle città del Nord dell’Inghilterra. E Seb Mason canta come chi ha capito che le confessioni più importanti non hanno bisogno di essere urlate. La sua voce rimane spesso ai margini del brano, lasciando che siano gli strumenti a respirare e le parole ad arrivare con qualche secondo di ritardo, quando ormai hanno già trovato il modo di farsi spazio.

“Concrete Line” è il centro emotivo dell’EP. Racconta la sensazione di crescere in un luogo che finisce per delimitare anche l’immaginazione, dove ogni giornata sembra la copia sbiadita della precedente e partire resta un progetto rimandato. È un’inquietudine che attraversa anche “Shrine (Give Me a Chance)”, “Steep Mornings”, “Imperium” e la conclusiva “A Piece Of Life”, senza mai trasformarsi in autocommiserazione. I Cutscene sembrano sapere che il peso delle cose si avverte di più quando non viene spiegato fino in fondo.

“Imperium” è il punto in cui i Cutscene smettono di presentarsi e iniziano a raccontarsi. Le chitarre girano in tondo come i pensieri alle quattro del mattino: non accelerano, non esplodono, semplicemente continuano a tornare, sempre uguali e sempre diverse. Hanno qualcosa di ossessivo, ma non nel senso della violenza. È l’ossessione di un ricordo che rifiuta di sbiadire. Quando il brano si chiude resta una sensazione di vuoto difficile da definire, come l’aria che si respira dopo una conversazione finita troppo presto.

È inevitabile pensare alla nuova scena britannica, ma sarebbe un errore fermarsi ai riferimenti. Dove molte band puntano tutto sull’impatto, loro preferiscono lavorare per sottrazione. Le tensioni non esplodono quasi mai quando te lo aspetti, le melodie emergono lentamente e ogni brano sembra concedere qualcosa in più all’ascolto successivo. È un modo di scrivere che richiede fiducia, sia da parte di chi suona sia da parte di chi ascolta.

Forse è questa la qualità che colpisce di più. I Cutscene non sembrano avere fretta. Non cercano il ritornello che diventa virale dopo quindici secondi, né sentono il bisogno di dimostrare, a ogni costo, di essere la prossima grande band inglese. Lasciano che siano le canzoni a costruire il loro spazio, una dopo l’altra, senza scorciatoie.

A “Piece Of Life” dura poco più di un quarto d’ora. Quando finisce non resta la sensazione di aver assistito all’ennesimo debutto promettente, ma quella, molto più rara, di aver incrociato una band che conosce già il valore del silenzio tra una nota e l’altra. E, qualche volta, è proprio lì che la musica riesce a dire di più.

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