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Usa, cresce lo scontro sull’Ice: dai vescovi ai giudici, le politiche sull’immigrazione sono sotto accusa


La rivelazione del New York Times

A suscitare ulteriori polemiche è anche l’ipotesi, rivelata dal New York Times, di modificare le procedure investigative relative agli scontri che coinvolgono gli agenti dell’Ice. Nei giorni scorsi alcuni funzionari federali sarebbero stati informati che l’Fbi non si occuperà più di queste indagini, che verrebbero affidate a Homeland Security Investigations, una divisione interna del Dipartimento della Sicurezza nazionale. Il Dipartimento di Giustizia e quello per la Sicurezza interna hanno successivamente smentito che la modifica sia stata formalmente adottata, assicurando che l’Fbi continuerà a operare secondo le procedure vigenti. Tuttavia, il semplice fatto che l’ipotesi sia stata discussa ha alimentato le preoccupazioni di chi teme una riduzione dei controlli indipendenti sull’operato degli agenti federali.

Lo scontro nei tribunali

Lo scontro sulla politica migratoria di Trump si combatte anche nei tribunali. Un giudice federale nominato dallo stesso presidente ha infatti respinto il ricorso dell’amministrazione contro le cosiddette norme “santuario” del Minnesota, che limitano la collaborazione delle autorità locali con quelle federali nelle attività di controllo dell’immigrazione. La Casa Bianca sosteneva che tali disposizioni violassero la Clausola di supremazia della Costituzione americana, secondo cui la legge federale prevale su quella statale. Nella sua decisione, il giudice Eric C. Tostrud ha stabilito che le norme contestate non discriminano il governo federale in modo tale da configurare una violazione costituzionale, infliggendo una battuta d’arresto alla strategia dell’amministrazione volta a costringere gli Stati a collaborare più attivamente con l’Ice.

I minori non accompagnati

Ma uno degli aspetti più controversi della nuova stretta migratoria riguarda i minori non accompagnati. Un’inchiesta pubblicata dal Texas Tribune racconta come alcuni parenti di bambini e adolescenti migranti ospitati nei centri federali siano stati arrestati dall’Ice proprio nel momento in cui cercavano di ottenerne la custodia. Secondo avvocati e associazioni che seguono questi casi, il governo starebbe utilizzando le procedure di affidamento dei minori come strumento per individuare immigrati irregolari presenti nel Paese.

Dall’inizio del secondo mandato di Trump, l’amministrazione ha introdotto numerose modifiche al processo di verifica dei familiari che si candidano a ospitare i minori: dall’obbligo di test del Dna a criteri più restrittivi sui documenti di identità accettati. Soprattutto, è stato eliminato il divieto che impediva all’Office of Refugee Resettlement (ORR), l’agenzia federale che si occupa dei minori migranti non accompagnati, di condividere con l’Ice le informazioni sui potenziali tutori. In almeno alcuni casi documentati dal Texas Tribune, gli agenti hanno dichiarato di aver rintracciato e arrestato i familiari proprio grazie alle informazioni ricevute dall’ORR.

Le conseguenze si riflettono direttamente sui bambini: nel mese di giugno, circa 1.800 minori erano ancora ospitati nelle strutture federali. Il dato è inferiore rispetto ai numeri registrati all’inizio del 2025, ma il tempo medio trascorso nei centri è aumentato sensibilmente: 117 giorni nell’anno fiscale 2025, il doppio rispetto alla media del primo mandato di Trump e quasi tre volte rispetto a dieci anni fa. Avvocati e pediatri sostengono che permanenze così lunghe possano avere effetti significativi sulla salute mentale dei minori e compromettere il rapporto con i familiari che li attendono fuori dai centri di accoglienza.


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