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Iran, la flotta ombra incassa 6 miliardi: il trucco del regime che fa riapparire il greggio in Cina

La flotta ombra della Repubblica islamica ha esportato tra 5 e 6 miliardi di dollari di greggio durante il breve periodo in cui gli Stati Uniti hanno alleggerito il loro blocco sulle spedizioni di petrolio iraniano. Sono le stime di United Against Nuclear Iran e analisti citati dal Wall Street Journal. Ma cos’è la flotta ombra? E’ una nave che utilizza tattiche di occultamento per contrabbandare merci sanzionate. Vediamo cosa è accaduto. A seguito dell’accordo temporaneo USA-Iran firmato il 17 giugno, Washington ha limitato le restrizioni sulle spedizioni di petrolio di Teheran per quasi un mese. La Repubblica islamica si è mossa rapidamente per sfruttare l’opportunità accelerando le esportazioni di greggio. Ed ecco le sue petroliere partire. Prima la Diona, poi la Hero II, la Sonia 1 e infine la Stream. Teheran era determinata a far uscire dal Paese le sue scorte accumulate. Le petroliere cariche di greggio nel porto orientale di Chabahar in Iran sono salpate alla volta dell’Asia, probabilmente per essere vendute alla Cina.

Circa 20 di queste, con a bordo 70 milioni di barili di petrolio, hanno iniziato ad arrivare nelle acque al largo della costa orientale della Malesia. Gli Stati Uniti avevano revocato il blocco navale iraniano circa 10 giorni prima. Secondo gli analisti, l’Iran ha continuato a usare il suo metodo consolidato per evitare le sanzioni statunitensi. Ovvero le petroliere che trasportavano greggio iraniano hanno navigato verso i Eastern Outer Port Limits, un’area al di fuori delle acque territoriali della Malesia che funge da punto di trasferimento chiave tra Iran e Cina. E’ una sorta di stazione di servizio galleggiante per la flotta ombra iraniana. L’area si trova vicino all’ingresso orientale dello Stretto di Singapore, una delle rotte marittime più trafficate al mondo, a circa 70 chilometri dalla costa della Malesia, nella zona economica esclusiva del paese. Lì, il greggio è stato trasferito in mare attraverso grandi tubi flessibili su altre petroliere, per oscurarne l’origine. Queste navi hanno poi trasportato il greggio nelle raffinerie indipendenti “teapot”, così chiamate per la loro particolare forma a teiera, che in genere acquistano petrolio iraniano sanzionato a prezzi scontati. E’ difficile così per le autorità statunitensi tracciare e far rispettare le sanzioni sulle esportazioni del greggio iraniano.

“L’economia della Repubblica islamica è nella sua peggiore condizione dalla rivoluzione, quindi ogni dollaro di entrate è importante”, ha affermato Jonathan Panikoff, esperto di Medio Oriente presso l’Atlantic Council. “È probabile che il regime dia priorità alle entrate per i propri scopi strategici, il principale dei quali al momento è la lotta contro gli Stati Uniti”. Da allora Washington ha reimposto il blocco, limitando ancora una volta la capacità dell’Iran di esportare greggio e rafforzando la pressione sulle sue capacità economiche e militari. L’impennata di arrivi di navi iraniane in acque asiatiche a luglio significa, però, secondo gli esperti, che Teheran probabilmente riceverà miliardi di entrate petrolifere nei mesi a venire. Questo meccanismo, in vigore già da tempo, è uno dei motivi perché l’Iran è riuscito a resistere agli Stati Uniti.

E la Cina? Lancia di nuovo un messaggio chiaro agli Usa ovvero: non ha intenzione di collaborare allo stritolamento economico della Repubblica islamica. La vera partita, al di là degli infingimenti, è tra Washington e Pechino.


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