Lazio

Stranezze di città, “scivolare come l’acqua” per non farsi catturare dai problemi

Erano circa le 10 di mattina e la calura era già intensa, le temperature mattutine in questo periodo superano spesso i 30° centigradi già a metà mattinata, rendendo il sole molto aggressivo.

Camminavo lungo via dei Platani in direzione piazza dei Mirti, davanti a me moglie e marito di mezza età, l‘uomo si rivolgeva alla moglie: “dobbiamo affrontare quel discorso”; lei rispondeva “io con questo caldo non parlo”, lui replicava “tu non affronti mai nessun discorso, sia con il caldo che con il freddo, sei la solita cacallacqua” .

“Cacallacqua”, casualmente e dopo tanti anni ho riascoltato quella meravigliosa espressione sul marciapiedi di una strada di Centocelle. 

Il modo di dire dell’uomo davanti a me ha portato la mia mente a fare un triplo salto carpiato all’indietro nel tempo, quando da adolescente ascoltavo ma non capivo se “cacallacqua”  fosse un insulto, un segreto, un complimento stravagante. 

A quell’età non potevo comprendere perché mio padre usasse la parola “cacallacqua” verso mia madre.

Le parole della tradizione contadina sono piccoli scrigni di saggezza popolare tramandati oralmente, ma rischiano di svanire con il passare delle generazioni. 

Santi Cosma e Damiano, Castelforte, tutto il sud pontino, negli anni intorno al 1950 era un territorio di frontiera, si viveva di terra, di mare, di stenti e di un’economia rurale.

In quegli anni e in quei paesi il carattere delle persone doveva essere “di roccia“, la terra era dura ed anche la vita era dura. ​La coerenza, la parola data, l’affidabilità erano tutto. Chi si comportava in modo debole veniva guardato con diffidenza e scetticismo.

Mio padre era uno di quelli che usava il termine “cacallacqua” verso mia madre, con quel misto di provocazione e rassegnazione, tipico dei matrimoni di una volta.

A Santi Cosma e Damiano il termine “cacallacqua”era un’espressione viscerale e coloratissima. 

Mia madre, che subiva il termine, di fronte a una decisione da prendere preferiva non rispondere. Mia madre “scivolava via” come l’acqua, faceva finta di nulla e il suo comportamento faceva impazzire mio padre, che avrebbe voluto uno scontro “di petto“.

L’espressione dialettale, viscerale e colorata, dal punto di vista fisico descriveva l’atto di liberare l’intestino direttamente nell’acqua stagnante. 

Nell’immaginario contadino, ciò che finiva nell’acqua si dissolveva, perdeva di consistenza e spariva subito senza lasciare traccia, quindi la “cacaallacqua” era una persona debole di carattere, inconcludente, che si “scioglieva” davanti alle difficoltà e alle decisioni.

Dal punto di vista del comportamento invece assumeva sfumature ben precise. L’espressione di mio padre non era un insulto dispregiativo verso mia madre, era invece l’omaggio ruvido di un uomo che ammetteva “la tattica” della propria moglie.

Nella durezza dei primi decenni del novecento forse c’era bisogno dell’uomo di roccia“, ma forse c’era altrettanto bisogno di chi sapesse “scivolare come l’acqua”…per non farsi catturare dai problemi.

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