Ambiente

«Aumentano ragazzi violenti pieni di rabbia A Napoli, nuova escalation criminale»

Quando, superato lo scoglio del Lazzaretto, si approda a Nisida e all’Istituto penale minorile, cielo e mare si confondono negli intarsi della costa flegrea. E non si può non chiedersi subito quale ruolo abbia questa bellezza accecante su ragazzini con troppa vita alle spalle e ancora più rabbia negli occhi.«La nostra prima sfida è fare in modo che imparino a vivere la bellezza, a cui sono disabituati. Per scoprire la loro bellezza. Quando arrivano, non la vedono». Da questo promontorio dove Omero collocò la dimora di Polifemo e antichi romani, come Bruto, costruirono ville per l’otium, si comprende al primo sguardo perché il paesaggio sia un alleato per Gianluca Guida, da 30 anni direttore del carcere minorile più famoso d’Italia. Innanzitutto perché mostra letteralmente un’altra prospettiva a scugnizzi di quartieri non bagnati dal mare di Napoli. «Dove prevale il degrado e l’assenza di cura per le persone e gli spazi comuni, su cui invece noi lavoriamo molto». Ma oltre ai ragazzi d’o sistema, arruolati dalla camorra, entrano sempre più spesso figli di tutt’altri contesti. «Con la stessa rabbia dentro che diventa violenza non programmata. Stiamo assistendo ad una crescita fortissima della violenza dei giovanissimi».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Nato sul lato calabrese della costa tirrenica, 59 anni, sposato con due figli, Guida arriva sotto al Vesuvio a 10 anni, «per consentire alle mie sorelle più grandi di frequentare l’Università. I miei decisero di trasferirsi da Paola, con l’unica condizione di mio padre di non andare oltre Napoli». E Napoli divenne l’approdo d’elezione, anche quando il lavoro lo portò all’inizio a Modena. Napoli con le sue contraddizioni, la sua malia e quella cultura dell’accoglienza, «che si è in gran parte persa, ma che proviamo a recuperare», dice. Dell’arte di confrontarsi con i ragazzi sente parlare da sempre: figlio di un preside e un’insegnante, grazie a loro – e poi alla moglie Barbara, anche lei nella scuola – nutre quel richiamo che lo porterà alla giustizia minorile. Napoli fa il resto. In particolare, il Rione Traiano, quartiere popolare a ridosso di Fuorigrotta, dove diventa volontario per un’associazione dedita al recupero di bambini di strada. Quartiere di case popolari e povertà dignitosa. «Facevamo vivere loro l’infanzia, pensavamo di fare la rivoluzione». Poi tra i palazzi costruiti per sfollati del Dopoguerra, «il clan Giuliano trasferì da Forcella la base dello spaccio di droga e tutto negli anni ’80 cambiò: gli scantinati furono occupati abusivamente; i giardinetti divennero nascondigli di droga». E quella rivoluzione fu soffocata dai soldi facili della camorra e le guerre tra clan che coinvolgono, anche ora, giovanissimi. Quelli che sarebbero diventati la sfida di tutta la vita di questo napoletano (acquisito) dalla voce sottile e poche parole pensate. «Nel’96 l’Ipm di Nisida era senza direttore. Io ero il vice del carcere di Secondigliano. In attesa di definire la nomina, mandarono temporaneamente un 29enne inesperto». E poiché nulla è più duraturo del precario, in questa piccola isola, secondo l’etimologia, attaccata in realtà alla terra da un sottile lembo, Guida è rimasto 30 anni (per ora).

Dalla terrazza, dove pure il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è affacciato, c’è da una parte il parco letterario, dall’altra Bagnoli con l’acciaio arrugginito dell’Italsider e le cicliche intenzioni di rilancio dell’area in piena zona rossa per rischio sismico; e c’è la voce di Napoli con le sue inquietudini che giunge tra palazzine con le maioliche, laboratori di ceramica e pasticceria e il teatro donato da Eduardo che si sta provando a riaprire. E poi le celle dove i ragazzi sono stati da ultimo anche 80. Più dei tempi della cosiddetta paranza, quando dopo la faida di Scampia, i tanti morti e i numerosi arresti, bande di giovanissimi finirono col riempire vuoti di potere criminale. «Quelle dinamiche stanno tornando. C’è una nuova escalation della criminalità minorile in città: gruppi giovanili stanno provando ad occupare nuovi spazi in attività tradizionalmente gestite da famiglie camorristiche e si fanno la guerra. Siamo nella fase più acuta», analizza Guida. Anche per questo subbuglio i numeri delle presenze aggiornano i passati record, «mettendo a rischio – avverte Guida – lo stesso modello di giustizia minorile, efficace se su misura del ragazzo». E il decreto Caivano, con più custodia cautelare? A quanto denuncia, tra gli altri, l’associazione Antigone sta intasando i circuiti minorili, tanto da portare all’apertura da parte del ministro Nordio di un nuovo Ipm (per ora). «Qua incide poco. Abbiamo ragazzi quasi tutti del territorio, con pochi casi di violenza sessuale di gruppo. Da noi il sovraffollamento è collegato di più alle pene sempre più lunghe, per reati sempre più gravi commessi in gruppo». Il decreto col nome di un paesone dell’hinterland partenopeo pesa invece sui passaggi al carcere degli adulti, «già esistenti e talora, a malincuore, necessari. Oltre all’interesse del singolo- spiega il direttore- c’è quello del gruppo». A volte sono gli stessi ragazzi a chiedere di «essere mandati al carcere vero, di cui hanno il mito. Considerano stare qui, la scuola, i gruppi in cui li facciamo lavorare su di sé, una perdita di tempo». Una ventina nell’ultimo anno sono andati via da Nisida. Una sconfitta per tutti.

Nell’Ipm di Nisida, il mare fuori e ragazzi sempre più piccoli dentro

Dieci anni fa, quando i baby boss iniziarono ad arrivare numerosi «eravamo impreparati: da loro capimmo cosa stesse succedendo fuori. Eravamo abituati a minori su cui facevano ricadere reati degli adulti, non ad adolescenti o poco più scaraventati a gestire reti criminali. Non riuscimmo ad aprire brecce di dialogo. Trovammo muri invalicabili». Ora che per Guida è tempo di bilanci e dello sforzo di «restituire la quotidianità della comunità di Nisida», anche con un libro di prossima uscita(Guerrieri, Il Pellegrino edizioni), questo ricordo è tra le sofferenze più cocenti. Dopo aver incrociato migliaia di adolescenti con storie diverse ma tutti con reati gravi. «E tutti incapaci di conoscersi. Il nostro primo impegno è portarli a riconoscere le loro emozioni e gestirle. Sono ragazzi che mostrano un’immagine, ma nascondono innanzitutto a se stessi le fragilità». Nelle riflessioni di Guida si intuiscono volti e nomi precisi. Come quelli che incontrammo durante la tappa a Nisida del viaggio nelle carceri. Poco più che bambini, consapevoli che a volte è un caso finire arrestati o a terra con un lenzuolo bianco addosso. «Non hanno freni inibitori nè paura di morire», avverte. Pensa a loro Guida mentre riflette su certi bambini, direbbe Diego De Silva; i tanti nati «in quartieri difficili con la fascinazione e l’ostentazione della ricchezza». Ma pensa anche a quelli cresciuti nelle vie cartolina della città: «Sempre più spesso arrivano anche loro a Nisida. Negli ultimi dieci anni abbiamo registrato una violenza crescente dei giovani, che loro stessi non sanno giustificare: effetto di una rabbia, covata sul dolore, che diventa cicatrice e poi esplode. Sempre più ragazzi cercano o’ malessere, come nella canzone neo melodica di cui ho parlato con loro». Un volere stare male e alimentare la sofferenza: nulla a che fare col romanticismo del giovane Werther, ma è «cercare condizioni che ti facciano stare male. Ragazzi che non sentono riconosciuta la loro identità, per modelli sociali, per un’adolescenza non seguita e allora si considerano male e vogliono stare male. Un fenomeno generazionale, che produce rabbia, trasformata in violenza improvvisa. Come il chiattillo di Mare fuori. A lui, tra i protagonisti della prima serie, non viene riconosciuto il diritto all’adolescenza, è solo una promessa del piano. Quando devia, come molti coetanei, non ha strumenti. Ho amato le prime stagioni per la capacità di narrare relazioni tossiche che creano questo malessere, che accomuna molti giovanissimi, che si sono appassionati. Anche se qua i ragazzi si arrabbiano per aspetti di fiction come i permessi facili». La serie, che ha reso famoso l’Ipm di Nisida, nasce qui 20 anni fa quando l’autrice, Cristiana Farina, trascorse 15 giorni in cerca di spunti nell’istituto, «raccontato anche col nostro tentativo di creare relazioni positive», racconta Guida. Nella giustizia minorile il lento lavoro su un’intimità ferita può fare la differenza. Gli approcci sono molto diversi da quelli per adulti. «Quando arrivai, mi sembravano matti: il comandante mi parlò di un ragazzo uscito per andare al capezzale della nonna sulla base di un’autorizzazione verbale del magistrato di sorveglianza, che sarebbe stata formalizzata il giorno dopo. Per me che venivo dalla rigidità dei penitenziari per adulti – e dal lei ai detenuti – mi sembrò un’assurdità. Mi servì un anno per passare ad un tu con meno distanza ma stesso rispetto. Essenziali furono gli insegnamenti di Sandro Spampanato, reggente dell’epoca; e poi la capacità di ascolto imparata dai nostri operatori, da Peppino lo storico cuoco, e da tutta la squadra». Sono gli approcci che contraddistinguono la giustizia minorile, che avrebbe bisogno, secondo Guida, di un ordinamento penitenziario specifico.

Quando il percorso funziona, i ragazzi «tornano: hanno un’altra vita, un cammino di riscatto e vogliono ricollegarsi a pezzi del passato. Qualche giorno fa mi ha scritto Marco sui social perché vorrebbe farmi conoscere il figlio». Uno di quelli che ha elaborato la rabbia. E scoperto la bellezza nella vita. E sul promontorio di Nisida.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »