Trentino Alto Adige/Suedtirol

gioielli e viaggi con i soldi dell’azienda


BOLZANO. Per quasi dieci anni, dal 2016 al 2025, un’addetta contabile di una società in Zona ha utilizzato i soldi dell’azienda come bancomat privato per finanziare i suoi acquisti di lusso. Con le carte di credito societarie ha “strisciato” oltre 90mila euro tra boutique di abbigliamento, profumerie, arredamento per la sua abitazione e vacanze estive a Bibione.

Durante l’orario di lavoro, invece, ordinava ai colleghi di prelevare migliaia di euro fingendo che servissero per le piccole spese dell’ufficio. Una volta ricevute le mazzette, anziché metterle in cassaforte, le intascava direttamente. Così sono spariti altri 195mila euro.

E poi gli stipendi. Gestendo le buste paga aveva il potere di inviarsi un doppio bonifico dello stesso stipendio nel corso dello stesso mese. Attraverso questo sistema ha drenato 150mila euro per un totale – se si sommano tutti gli inganni – di quasi mezzo milione di euro. Ora quei soldi, la società, li vuole indietro.

C’è una causa civile in corso presso il Tribunale di Bolzano sfociata da poco in una sentenza che obbliga la donna a restituire 440mila euro. Ma c’è ancora la possibilità di appello per la contabile infedele.

Le testimonianze

La ricostruzione dei movimenti finanziari è stata seguita in prima persona dal legale rappresentante dell’azienda, difeso dallo studio dell’avvocato Bruno Giudiceandrea, con la successiva analisi della giudice del lavoro Eliana Marchesini. La magistrata ha incrociato i conteggi della ditta bolzanina con le prove ufficiali.

Ovvero gli estratti conto bancari e i tabulati del portale Nexi. Fondamentali le dichiarazioni dei testimoni: i colleghi, un pensionato nonché amico della donna, un consulente del lavoro, un impiegato della Volksbank e addirittura il titolare di una gioielleria dove la contabile faceva spese pazze.

Il licenziamento

C’è tuttavia un enorme paradosso all’interno di questa vicenda. Il 29 aprile 2025 la società ha licenziato l’addetta al personale per “giustificato motivo oggettivo”, ovvero per motivazioni esclusivamente economiche, organizzative o di riassetto aziendale, slegate dal suo comportamento. È stato però proprio questo licenziamento a incastrarla: una volta interrotto il rapporto di lavoro, il titolare ha dovuto assumere personalmente la gestione della contabilità e dell’amministrazione.

Solo a quel punto, spulciando i conti per fare il passaggio di consegne, l’azienda si è accorta delle gravissime irregolarità, dei doppi bonifici e delle spese personali, facendo emergere la gigantesca truffa che andava avanti da anni.In ogni caso è stata la contabile a fare la prima mossa legale, chiedendo e ottenendo dal Tribunale un decreto ingiuntivo contro l’azienda per costringerla a pagarle l’ultimo stipendio di aprile 2025 (circa 3mila euro). Una mossa che le si è ritorta contro: facendo causa per prima ha costretto la giudice ad analizzare i conti correnti, finendo per essere condannata a restituire una fortuna.

I viaggi a Bibione

La contabile in aula ha negato strenuamente di avere mai utilizzato le carte di credito aziendali a lei in consegna. A smascherarla gli estratti conto della banca: ogni anno, nei mesi di giugno, luglio e agosto, la carta aziendale si “attivava” per comprare profumi, vestiti, cosmetici e generi alimentari nel comune di San Michele al Tagliamento. Guarda caso – come confermato da quasi tutti i testimoni, compreso suo fratello – quella è esattamente la località in cui si trova la frazione di Bibione, dove la donna si recava puntualmente in villeggiatura ogni estate.

Un meccanismo portato avanti per un decennio. Nessun altro dipendente o dirigente poteva verificare cosa venisse acquistato con le carte di credito societarie.

L’unica ad avere le password per accedere al portale Nexi e vedere le singole voci di spesa (come i cosmetici o i soggiorni a Bibione) era lei.

Le bugie

Riguardo ai 195mila euro spariti dalla cassa, invece, la contabile ha sostenuto in aula che il cassetto del contante in ufficio fosse «aperto e accessibile a tutti». Poiché chiunque – la sua tesi difensiva – poteva sottrarre il denaro, l’azienda non poteva incolpare specificamente lei. Peccato che i colleghi abbiano testimoniato che i soldi non finivano mai direttamente nel cassetto, perché si fermavano prima nelle sue tasche. Insomma, una bugia dopo l’altra che ha portato all’azienda un danno finanziario enorme: 442mila euro, equivalenti a circa un quarto dell’intero fatturato annuo dell’azienda e corrispondente a ben 6 volte l’utile netto generato dalla società in un anno. Ora, con la recente sentenza, la ditta spera di riavere presto indietro il denaro.


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