Morte di Satnam Singh, condannato a 16 anni il datore di lavoro Antonello Lovato
La sua storia è diventata il simbolo della lotta al caporalato. L’incidente sul lavoro, il braccio che viene amputato da un macchinario avvolgiplastica, il titolare dell’azienda agricola che invece di chiamare i soccorsi lo carica su un furgone e lo abbandona davanti casa, con l’arto staccato dal corpo poggiato in una cassetta della frutta. E, infine, la morte in ospedale, dove era arrivato troppo tardi per salvargli la vita. Poco più di due anni dopo quel giorno, è stato scritto l’ultimo capitolo della vicenda di Satnam Singh, il bracciante indiano di 31 anni arrivato a Latina per lavorare, e che nella pianura pontina ci ha perso la vita, accendendo un faro sul fenomeno dello sfruttamento sul lavoro.
I giudici della Corte d’Assise del tribunale del capoluogo pontino, dopo ore in camera di consiglio, hanno condannato Antonello Lovato, datore di lavoro di Satnam Singh, a 16 anni di carcere per omicidio volontario con dolo eventuale, riconoscendo le attenuanti generiche. Per lui i pubblici ministeri Luigia Spinelli e Marina Marra ne avevano chiesti 22, al termine di una requisitoria durata due ore e mezza, durante la quale hanno ripercorso quel drammatico pomeriggio.
«Quella di Satnam Singh è la morte di un uomo che si poteva salvare, una vita che non si è spezzata all’improvviso, ma lentamente» le parole della procuratrice aggiunta di Latina. Dopo di lei le arringhe difensive degli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti, prima che a prendere la parola fosse lo stesso Lovato. «Non accetto una condanna per aver voluto togliere la vita a un uomo – la sua testimonianza -. Sono certo di non aver voluto la sua morte: credo nella giustizia e credo in questa Corte». Al centro del giudizio, infatti, c’era la valutazione relativa al dolo eventuale nel suo comportamento, alla fine riconosciuta. Ad ascoltarlo, in prima fila, i genitori di Satnam, insieme alla compagna Soni e ad altri braccianti che poi si sono radunati al presidio organizzato dalla Cgil fuori dal tribunale, in attesa della sentenza.
«Abbiamo proclamato lo sciopero, manifestato e sostenuto i familiari che si sono trovati a dover affrontare questa disgrazia; allo stesso tempo, ci siamo costituiti parte civile proprio perché pensiamo che sia necessario non solo che si faccia giustizia, ma anche che emerga con chiarezza che non siamo di fronte a un caso individuale, bensì ad un sistema di fare impresa che secondo noi va contrastato» ha detto il segretario generale Maurizio Landini. «Questa sentenza, pur non restituendoci Satnam, rende comunque in parte giustizia a lui e alla sua famiglia, che sin da subito abbiamo accolto a Cisterna» le parole del sindaco Valentino Mantini, costituitosi parte civile con l’amministrazione comunale. «Quella di oggi è una data storica perché, finalmente, è stata fatta giustizia su un caso che ha sconvolto la città di Latina e tutto il Paese. Dopo due anni dalla tragica morte di Satnam, è infatti arrivata la condanna per la terribile tragedia avvenuta nell’azienda in cui lavorava. Contestualmente, è stata accolta la richiesta di risarcimento dal Comune di Latina costituitosi parte civile, da liquidazione in separata sede» gli ha fatto eco il sindaco del capoluogo pontino Matilde Celentano.
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