Umbria

Festival di Spoleto in carcere è un faro su vite oltre reati e condanne

di Arianna De Angelis Marocco

«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Lo sancisce l’articolo 27 della Costituzione, lo stesso che non ammette la pena di morte nella Repubblica italiana e lo stesso da cui matura il senso profondo dello spettacolo del Festival di Spoleto “Innominabile 27”, andato in scena mercoledì sera all’interno della Casa di Reclusione di Spoleto, con i detenuti della Compagnia SineNOmine.

Nel lavoro diretto da Giorgio Flamini c’è l’urgenza di restituire umanità all’umano e di vedere l’uomo oltre le azioni da esso compiute, in una direzione dove l’opportunità di immaginarsi diversi e abili al cambiamento è risorsa imprescindibile dalla vita stessa. Lo spettacolo si forgia di una sfumatura esperienziale, perché abitare il carcere, i suoi spazi, i suoi rumori e i contrasti che si evidenziano nel camminarci dentro, diventano parte di una drammaturgia che tocca corde profonde abbattendo muri e aprendo cancelli che permettono di non sentirci più parte di un sistema altro, ma emotivamente conviventi con chi è vive in questi luoghi invisibili.

Il personale del carcere di Spoleto, i detenuti, il pubblico del Due Mondi, dentro quello spazio generalmente inaccessibile godono dello stesso sguardo, della stessa aria, di una vicinanza che illumina dettagli, sfumature, pensieri e emozioni. Ed è attraverso una processione che gli ospiti vengono accompagnati nel cortile interno della casa di reclusione, un percorso animato da voci “farneticanti”, brandelli di memorie espressi da oggetti e suoni, corpi danzanti di donne/mimo che fluttuano, giocano, lasciano scie.

E in alto guardie armate che controllano, lontano grate di celle che contengono vite, intorno muri altissimi e un tramonto che diventa scenografia e luce poetica. È un teatro dell’assurdo, un’ambientazione psichedelica, fuori da connotazione temporali, quello che accoglie gli attori/detenuti. In scena ci sono le loro vite, frullatori di ricordi e routine, dolori e priorità, sistemi e protocolli e un unico prepotente grido: esistere oltre l’azione ed essere visti oltre il reato.

Nel pescare parole, sogni, diari, giochi e attese, nel sedersi su banchi di scuola e di tribunale, loro ascoltano voci provenienti dal mondo esterno che non gli è più concesso di abitare, per alcuni per sempre, i detenuti del fine pena mai. È il gioco dei dadi che ha determinato scelte, futuri possibili e cancellato strade. Gli stessi dadi che il pubblico trova confezionati dentro un sacchetto su ciascuna delle sedie dove si siede, accompagnati da una versione senza fine del gioco dell’oca, in cui ogni casella contiene parole di un linguaggio proprio di quel mondo compresso dentro alte mura.

C’è talento, c’è visione, c’è una macchina complessa che sostiene un progetto educativo lungo un anno, c’è la capacità di ammortizzare gli urti e inglobare gli imprevisti, c’è la possibilità di essere parte di un sistema, non solo attraverso il palco, ma in ciascuna delle professionalità necessarie a ricamare trame così minuziose come quelle di “Innominabile 27”. Gli applausi sono scroscianti, è standing ovation, è commozione, dal palco e dalla platea. Uno degli attori/detenuti forma un cuore con le mani, nel quale si legge gratitudine per essere stato visto e le ragioni del suo essere lì, in quel luogo.

Molte le istituzioni presenti a questa seconda e ultima replica di Innominabile 27, ciascuna portatrice di un messaggio chiaro sulla valenza sociale del Teatro in carcere. Per tutte quella della direttrice del carcere di Spoleto, Bernardina Di Mario, che con un lungo intervento si fa voce di un principio sociale, quello del reinserimento e della riabilitazione del detenuto, attraverso pratiche che permettano di far emergere potenziale e prospettive nuove, in linea con il pensiero di Luigi Daga, a cui è stato dedicato lo spettacolo “Innominabile 27”, magistrato impegnato nella trasformazione del sistema giudiziario e tra coloro che permisero, nel 1982, la messa in scena, alla Rocca Albornoziana, dello spettacolo “Sorveglianza speciale”, per regia di Marco Gagliardo.

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