Quando il calcio è un dribbling fra rivalità storiche, politiche e culturali
È normale che certe sfide sportive, in particolare negli sport a squadre, rivestano o acquiscano una valenza politica. Si pensi a Ungheria-Unione Sovietica pallanuoto a Melbourne 1956, quando la leggenda vuole che la piscina divenne rossa da quanto se le stavano dando gli atleti, poche settimane dopo che i carri armati russi erano entrati a Budapest; alle partite (in realtà molto amichevoli) tra giocatori di ping pong cinesi e americani a Pechino nel 1971 che inaugurarono una stagione di distensione sino-americana che sarebbe culminata nella visita nel Regno di mezzo del presidente Nixon; alla finale di Coppa Davis 1976 tra Cile e Italia a Santiago, che gli Azzurri disputarono (e vinsero) malgrado si svolgesse nell’Estadio Nacional, teatro della repressione del regime di Pinochet che dall’evento tennistico derivò un beneficio d’immagine; al Miracolo sul ghiaccio del 1980, la partita di hockey su ghiaccio in cui Team US, composto da giovani dilettanti, sconfisse i professionisti di Stato sovietici alle Olimpiadi di Lake Placid; o, per limitarsi ai casi più emblematici, all’iniziativa ‘Cricket for Peace’ che nel 1987 vide il presidente del Pakistan, Generale Zia-ul-Haq, recarsi in India per assistere a un match dello sport più popolare in Asia meridionale (arrivatovi, paradossalmente forse, grazie all’Impero britannico) ed evitare così che le tensioni particolarmente accese nelle zone di confine sfociassero in una vera e propria guerra, magari nucleare.
Anche se gli incontri dei prossimi giorni non hanno un significato politico altrettanto intenso, ciascuno ha una valenza storica e finanche culturale che oltrepassa la mera rivalità calcistica.
Cominciamo con Francia-Marocco, il primo quarto di finale a disputarsi e anche quello dal simbolismo più tangibile. Dal 1912 al 1956 il paese nord-africano fu un Protettorato, governato da Parigi nei termini statuiti dal Trattato di Fés, firmato ‘a scatola chiusa’ dal sultano Moulay Abdelhafid. Sebbene i francesi non si siano resi colpevoli di atti criminali verso la popolazione come i tedeschi in Namibia o gli italiani in Etiopia, repressero costantemente il movimento indipendentista e anche un politico illuminato come il ministro degli Esteri Robert Schuman poteva difendere nel 1951 di fronte all’Assemblea generale «les droits imprescriptibles de la France en Afrique du Nord» e affermare «l’incompétence de l’ONU dans les problèmes tunisiens et marocains».
In 70 anni d’indipendenza – durante i quali i Leoni dell’Atlante hanno prevalso solo una volta sui Bleus, un’amichevole nel 1998 che fu festeggiata come un trionfo globale – i rapporti economici sono rimasti vigorosi, soprattutto i flussi migratori. I marocchini nati in Marocco, quasi 1 milione, rappresentano il secondo contingente straniero nell’Esagono, dopo gli algerini; gli emigrati in Francia (compresi i detentori della nazionalità che sono nati in Francia) contribuiscono per un terzo ai flussi di rimesse verso il regno scerifiano. A irrobustire ulteriormente i legami bilaterali, oltre ai giocatori marocchini che sono nati e cresciuti in Francia, ci sono sudditi di Mohammed VI che vivono nella Metropoli (una tra tutte, la scrittrice Leila Slimani) e ebrei francesi nati in Marocco come il musicista David Guetta, il giornalista Éric Fottorino o i registi Éric Toledano e Olivier Nakache.
Furias Rojas e Diables Rouges si sono affrontate parecchie volte ma la rivalità tra Belgio e Spagna è più smorzata. Certo, non è sempre corso buon sangue … ma dalla guerra vera e propria sono passati almeno quattro secoli! In realtà erano le provincie protestanti olandesi a rifiutare il cattolicesimo rigoroso di Felipe II, che a differenza di Carlo V era stato educato in Spagna, e fu intorno a questa questione che si combattè la guerra degli Ottanta Anni. I belgi, soprattutto i valloni francofoni, rimasero invece sudditi fino al 1713.
Source link




