Basilicata

Malanova, il primo singolo di Inarte Joka

L’istrionico Giuseppe “Inarte Joka” Biscardi pubblica il suo primo singolo: Malanova, “Per essere diversi, bisogna fare la differenza”


I calabresi, si sa, sono dei grandi comunicatori. Vuoi per necessità, vuoi per virtù, vuoi per il rapporto d’imperio generativo che unisce la prima con la seconda, vuoi quel che vuoi, ma se metti un calabrese in una stanza con dieci sconosciuti provenienti da altre regioni, due ore dopo quest’ultimo avrà i numeri di telefono di tutti, sarà invitato a cena a casa da metà dei presenti e, dopo aver narrato con dolceamara rimembranza della propria madre patria, avrà concordato, con ciascuno dei suoi nuovi amici per la pelle, un viaggio in terra calabra, finalizzato a mostrare loro il perché e il percome, per lui, le lande alla fine dell’italico stivale sono le più fantastiche tra tutte le terre immaginifiche.

Ma, in un’epoca dove tutti comunicano che stanno comunicando, è la qualità di ciò che racconti e di come lo racconti la bisettrice che segna la differenza tra essere un bravo ciarlatore compagnone e un vero comunicatore, o come la risacca del “mare mostrum” linguistico anglofono ci impone di dire, un influencer. In questa categoria rientra, baldanzoso e rubicondo, Giuseppe Biscardi, forte del suo nom de plum “Inarte Joka”, creatore del progetto Joka Calabria.

CHI E’ INARTE JOKA

Biscardi, originario di Terranova da Sibari, musicista e compositore di canzoni dall’età di 15 anni, non è stato sbalzato agli onori e oneri della cronaca per il suo rapporto con il pianoforte, che definisce “Il mio primo amico, la mia spalla ed il mio sfogo”, ma per il tormentone “Ma tu u canusci…?” che, capello di paglia in testa e microfono modello polare cardioide stretto tra le mani come una rosario, imperversa sui piccoli schermi dei nostri device, in un racconto costante della sua, della nostra Calabria, piena di magia e contraddizioni, di luoghi suggestivi e di personaggi caratteristici che meritano l’accento di una battuta.

Le migliori verità si dicono scherzando, recita l’antico detto, e proprio tramite l’iperbole dell’ironia Joka gioca con il reale calabrese, lo dipinge nascondendo, in modo più o meno palese, tra bucolici colori pastello, quelle zone grigie, in cui l’analisi del contesto sociale si dipana in tutta la sua complessità. Questa formula la ritroviamo anche nel primo brano ufficiale dell’autore, pubblicato su tutte le piattaforme. Il titolo, e non poteva essere diversamente, è tutto un programma: “Malanova”. Abbiamo incontrato Inarte Joka per chiedergli di raccontarci come nasce questo nuovo singolo.

Cosa significa Malanova?

“Malanova è un’espressione, gergale e calabrese, tipica del mio paese, Terranova, che usiamo quando qualcosa non va bene. Tipo: ‘Ho un sogno e non riesco a realizzarlo. Malanova! Se avessi fatto… o se avessi avuto…’. Io la uso da sempre”.

Come mai l’ha scelta come titolo del suo brano?

“All’interno del pezzo ci sono vari luoghi comuni e verità legate alla Calabria, a partire dall’emigrazione, alla necessità di abbandonare la Calabria per trovare lavoro, all’impegno che si riversa in progetti che poi per mille motivi non si realizzano e che nonostante l’impegno e il sudore profuso, vengono buttati giù da chi detiene un presunto potere. Ho pensato che ‘Malanova’ fosse una parola che racchiudeva insieme questi stereotipi e queste verità, anche perché è la prima che ti viene da pronunciare! Il testo racconta, con consapevolezza, il fenomeno della migrazione calabrese. I lunghissimi viaggi in pullman, la diffidenza negli occhi delle persone che si incontrano una volta giunti in altre regioni, la capacità che hanno i calabresi di annullare le distanze e i pregiudizi. Nei miei viaggi fuori regione, ciò che mi ha impressionato di più, sono gli occhi delle persone che ti guardano. L’etichetta di ‘meridionale’ ci viene cucita addosso e l’ago e il filo sono proprio gli sguardi.

Le mie trasferte hanno sempre avuto breve durata, ma immedesimandomi nei panni di chi invece si trasferisce per anni o definitivamente, ho pensato al clima di sfiducia che è spesso prologo dei rapporti. Poi, noi meridionali siamo bravissimi ad infrangere qualsiasi distanza sociale e le cose cambiano, ma ciò viene dopo. Devi fare il doppio del lavoro per abbattere uno stereotipo che spesso i mezzi di informazione propongono. Per carità, le problematiche ci sono ovunque, ma da qui a fare di tutta l’erba un fascio… Proprio questo uno dei claim della canzone è ‘Per essere diversi bisogna fare la differenza’. Purtroppo, non ci viene dato quasi mai il beneficio del dubbio e dobbiamo sempre dimostrare chi o cosa siamo”.

Quindi attraverso una canzone pop, ha voluto porre in essere una riflessione sociologia sulla Calabria?

“Saremmo ipocriti a raccontare solo gli aspetti positivi della Calabria… Il mare, il sole, l’ospitalità, l’accoglienza… In Calabria si sta bene, ma viverla, soprattutto quando sei tu che la vivi da Calabrese, è un altro paio di maniche. Anche perché quando ti rifletti negli occhi di chi ti guarda è come se ti riflettessi in uno specchio e devi prendere atto di alcune difficoltà oggettive, che ho cercato di raccontare all’interno della canzone, sintetizzandole all’interno di una parola, appunto ‘Malanova’. Ad un certo punto un verso recita così: ‘Malanova a te, per l’amore che mi dai e per l’odio che non hai. Malanova a noi per l’amore che non diamo e per l’odio che subiamo’. Penso che questa frase riassuma bene il rapporto con la Calabria, che non è una regione che odia i suoi figli, i quali spesso non la rispettano, non le danno abbastanza amore e forse anche per questo subiscono un certo “odio”, composto da diffidenza e stereotipi, al di fuori dei suoi confini”.

Il video che accompagna la canzone ha una forte componente provocatoria, di denuncia sociale.

“Si, tra l’altro chiude con un messaggio finale che afferma che in Calabria si fanno solo castelli di sabbia, che è appunto un messaggio finalizzato a creare una riflessione, tramite una provocazione. Ovviamente ci sono tante persone che hanno investito il proprio lavoro, il proprio tempo e i propri sogni nella Calabria, ma secondo me sono destinati a restare per ora una minoranza. Al tempo stesso ho voluto indicare come i giovani che decidono di investire in questa Regione spesso vengano fermati da ‘un piede’ più grande di loro, che li costringe ad abbandonare ciò che stanno costruendo.

Nel video mettiamo in evidenza come a volte i giovani vengono ignorati, o come, quando vengono notati dalla peggiore Calabria, gli vengano tarpate le ali. La provocazione che lanciamo nel video mette in evidenza, (e le cronache ce lo raccontano), come ciò avvenga con la complicità di alcune Istituzioni. Abbiamo voluto creare un gioco concettuale con il Castello di Sabbia, evidenziando come spesso da noi sia possibile costruire solo quelli e a volte neppure, come il video mostra”.


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