La povertà non si combatte solo da Bruxelles

* Pietro Galeone è ricercatore presso IEP Bocconi e lecturer all’Università Bocconi; si occupa di economia dell’istruzione e del lavoro, politiche giovanili e inclusione sociale.
Sylvie Goulard è presidente del Deutsch-Französisches Institut, vicepresidente di IEP Bocconi e Professor of Practice presso SDA Bocconi; in precedenza è stata vicegovernatrice della Banque de France, ministra della Difesa francese ed eurodeputata.
La nuova strategia anti-povertà della Commissione europea rappresenta uno dei tentativi più chiari degli ultimi anni di riportare l’inclusione sociale al centro del progetto europeo.
Nonostante decenni di integrazione e convergenza economica, la povertà e l’esclusione sociale continuano a colpire una quota significativa della popolazione europea.
Secondo gli ultimi indicatori dell’Ue, circa una persona su cinque nell’Unione resta a rischio di povertà o esclusione sociale. Il peso di questa condizione è distribuito in modo diseguale tra Paesi, regioni e gruppi sociali, ma alcuni schemi comuni sono evidenti ovunque: la povertà infantile resta persistentemente elevata, la povertà lavorativa è aumentata in diversi Stati membri, i costi abitativi stanno diventando insostenibili per le famiglie a basso reddito, e i gruppi vulnerabili, inclusi migranti, famiglie monogenitoriali, persone con disabilità e giovani adulti, continuano a incontrare grandi ostacoli alla partecipazione sociale ed economica.
L’aumento del costo della vita, seguito alla pandemia e allo shock energetico, passato e ancora in corso, ha reso queste vulnerabilità ancora più visibili. L’inflazione colpisce in modo sproporzionato le famiglie più povere, mentre l’aumento dei costi per la casa e le utenze riduce l’efficacia dei sistemi esistenti di sostegno al reddito.
Allo stesso tempo, la partecipazione al mercato del lavoro da sola non è stata sufficiente a garantire protezione dalla povertà. La crescita del lavoro povero e precario ha indebolito l’assunto tradizionale secondo cui il lavoro assicura automaticamente l’inclusione sociale.
In questo contesto, la strategia anti-povertà della Commissione rappresenta un segnale importante che arriva dalla massima istituzione dell’Ue.
La strategia della Commissione prova a offrire un quadro più coerente che colleghi protezione sociale, politiche per l’occupazione, accesso ai servizi essenziali e coesione territoriale.
Invece di concentrarsi esclusivamente sui trasferimenti monetari, la Commissione adotta una concezione multidimensionale della povertà, che include abitazione, istruzione, sanità, servizi per l’infanzia, accesso digitale e sostenibilità dei costi energetici.
La strategia attribuisce particolare rilievo alla povertà infantile, all’investimento sociale e alle politiche preventive. Rafforza il collegamento con iniziative esistenti come la Garanzia europea per l’infanzia, il Pilastro europeo dei diritti sociali e il quadro sul reddito minimo adottato negli ultimi anni.
Sottolinea inoltre l’importanza dei meccanismi di monitoraggio, di indicatori comparabili e di un coordinamento più forte tra istituzioni europee e governi nazionali.
Alcune linee d’azione si distinguono con chiarezza. In primo luogo, la strategia rafforza il ruolo dei salari minimi, dei regimi di reddito minimo e dell’accesso alla protezione sociale. Anche se i sistemi sociali restano competenze nazionali, la Commissione incoraggia chiaramente gli Stati membri a migliorare copertura, adeguatezza e accesso effettivo alle prestazioni.
La strategia collega la riduzione della povertà alla qualità del mercato del lavoro, non soltanto alla quantità dell’occupazione. Questo è particolarmente rilevante in un contesto in cui la povertà lavorativa è diventata un problema importante in tutta Europa. Salari migliori, contratti più stabili e maggiore accesso alla formazione sono trattati come strumenti anti-povertà, non soltanto come misure di politica del lavoro.
La strategia attribuisce inoltre grande importanza ai servizi essenziali, soprattutto abitazione, servizi per l’infanzia e sanità, sottolineando che la povertà non può essere affrontata solo attraverso trasferimenti monetari. Grande attenzione viene data anche alla raccolta dei dati, al monitoraggio e alla governance. L’obiettivo non è soltanto definire obiettivi, ma anche creare meccanismi che permettano di individuare prima i divari nell’attuazione.
Nel complesso, alla Commissione va riconosciuto il merito di avere riportato la riduzione della povertà al centro dell’agenda europea. Negli ultimi anni, le politiche dell’Ue sono state spesso dominate dalla gestione delle emergenze e dalle preoccupazioni geopolitiche. Reintrodurre l’inclusione sociale come priorità strategica è importante sia sul piano politico sia su quello economico.
Alla Commissione va riconosciuto anche il merito di avere adottato una concezione più ampia e più realistica della povertà. La povertà non è semplicemente un problema residuale che riguarda gruppi marginali. Interagisce con i mercati del lavoro, i sistemi abitativi, le disuguaglianze educative e i divari territoriali. Una strategia anti-povertà seria richiede quindi coordinamento tra molti ambiti di policy.
La deprivazione economica è spesso associata a un accesso debole ai servizi pubblici, a un’occupazione instabile, a svantaggi educativi e a esclusione territoriale.
Da questa prospettiva, il tentativo della Commissione di integrare diverse dimensioni di policy in un unico quadro strategico rappresenta un importante passo avanti.
Ora, la sfida principale si sposta sul piano nazionale: in Europa, le politiche anti-povertà restano ancora in larga misura una competenza degli Stati.
La Commissione europea può fornire coordinamento, raccomandazioni, parametri di riferimento e incentivi finanziari, ma l’attuazione dipende in ultima analisi dagli Stati membri.
Sono i governi nazionali a determinare la generosità dei regimi di reddito minimo, la struttura delle tutele del mercato del lavoro, le politiche abitative, i sistemi educativi e l’accesso alla sanità.
Di conseguenza, è necessario uno sforzo coordinato per evitare che obiettivi europei ambiziosi restino politicamente simbolici, mentre l’attuazione rimane frammentata e diseguale.
Organizzazioni della società civile, ricercatori, sindacati, parti sociali e istituzioni europee dovranno monitorare l’attuazione con attenzione e continuità. Il Semestre europeo e il più ampio quadro di governance dell’Ue possono contribuire a creare responsabilità politica e istituzionale, ma il monitoraggio da solo non basterà.
La riduzione della povertà richiede, a tutti i livelli rilevanti di elaborazione delle politiche, impegno politico di lungo periodo e investimenti stabili, due condizioni che possono diventare sempre più difficili da sostenere in fasi di consolidamento fiscale o instabilità politica.
È qui che la questione diventa più ampiamente politica. La credibilità del modello sociale europeo dipende sempre più dalla capacità dell’Unione di dimostrare che integrazione economica e protezione sociale si rafforzano a vicenda, invece di contraddirsi.
Povertà persistente e crescente insicurezza indeboliscono la fiducia sia nei governi nazionali sia nelle istituzioni europee.
La nuova strategia della Commissione conta quindi non solo per la politica sociale, ma anche per la legittimità politica dello stesso progetto europeo.
L’annuncio della strategia anti-povertà va dunque accolto come uno sviluppo importante e necessario. La Commissione ha correttamente individuato la riduzione della povertà come una sfida europea centrale e ha proposto un quadro più ampio, più coerente e più ambizioso rispetto a molte iniziative precedenti.
Ma la parte più importante comincia adesso.
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