Agnoletto: “La lezione del G8 è andata oltre, 25 anni dopo la repressione sta nei decreti sicurezza”
Racconta Vittorio Agnoletto che nella notte dell’irruzione alla Diaz, la scuola genovese diventata simbolo delle violenze delle forze dell’ordine del G8 del 2001, nelle luci blu delle sirene delle camionette si sentì «terrorizzato per la prima volta nella vita, solo contro la forza bruta che aveva sostituito lo Stato: chiamai il vice capo della Polizia Ansoino Andreassi per chiedergli cosa stessero facendo, e mi fece capire non poteva farci più di tanto, avevano deciso persino senza di lui».
A 25 anni dal vertice che Amnesty International ha definito «la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale», l’allora portavoce del Genoa Social Forum prova a mettere in fila i ricordi di allora e i temi di oggi, la lezione di quel movimento e l’evoluzione delle piazze. L’anniversario di quel luglio del resto è l’occasione per ricordare con un nuovo libro (Il G8 di Genova, Ieri, oggi, domani, tab edizioni, presentazioni oggi e domani a Roma, mercoledì a Genova a Music for Peace), ma anche per rilanciare. «I ragazzi di oggi non hanno più sulle spalle il peso della nostra storia, e sanno lottare per il proprio futuro».
Agnoletto, perché è così prezioso ricordare, 25 anni dopo?
«Perché non vogliamo essere considerate delle cassandre, e vorremmo riuscire a convincere che è ancora possibile cambiare questa corsa verso l’autodistruzione dell’umanità e del pianeta, come già dicevamo allora su tanti temi di stretta attualità soprattutto oggi. Genova non è qualcosa da analizzare con gli occhi del passato, serve farlo con quelli del presente: purtroppo quello che temevamo e indicavamo come sbocco probabile di quella corsa, non fosse cambiato un certo modello di sviluppo, si è realizzato. E i tempi sono pure più stretti».
Allora in piazza si diceva un altro mondo è possibile, e necessario. Oggi è persino più urgente, insomma.
«Esatto. Allora già si iniziava a individuare come unico futuro dell’umanità l’intreccio necessario tra giustizia sociale e giustizia ambientale, una ridistribuzione differente delle risorse, alternative reali di sviluppo. Oggi il 40 per cento della popolazione mondiale possiede meno del 5 per cento della ricchezza mondiale, il mondo procede nel nome del massimo profitto, dominato dai fondi finanziari, si governa tramite il controllo delle risorse e le guerre».
L’anniversario
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Nei giorni di Genova in piazza si contestavano i grandi del pianeta, ma anche gli strumenti internazionali: la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, l’Organizzazione mondiale del commercio. E ora?
«La chiamavamo “la trilogia del male”. Ora siamo andati oltre il peggio che pensavamo allora. Oggi il potere finanziario ha sempre meno bisogno di strumenti di questo tipo, così come serve sempre meno la rappresentanza del potere politico: governa direttamente senza neanche chiederne l’intermediazione, basta guardare agli Stati Uniti di Trump. Stessa cosa per le guerre: allora si provava a giustificarle cambiandone il nome, oggi si fa tutto nel nome della legge della giungla. Sono il più forte, e si fa come voglio io: che si tratti di genocidi o di invasioni».
L’avrebbe mai pensato, 25 anni fa, a Genova?
«Mi ricordo come fosse ieri l’assemblea di lancio del forum, il 16 luglio 2001: i colori, i volti, la consapevolezza di poter scrivere una pagina della storia. C’erano partecipanti da tutto il mondo, il pescatore delle Filippine che subiva le conseguenze delle decisioni prese a Wall Street e i leader dei movimenti del Sud del mondo. Eravamo pieni di proposte di futuro, il nostro non era solo un No al modello dei potenti».


E invece, è finita nel sangue delle violenze in piazza.
«Usarono allora tutta la violenza disponibile, ignorando totalmente la Costituzione, la legge, i diritti internazionali. Nessuno può sostenere sia solo scappata di mano la gestione dell’ordine pubblico. Fu un preciso tentativo di modificare la nostra vita democratica, che andava oltre Genova e non per caso è un disegno che si sta perseguendo non più con brutali colpi di mano ma una serie di provvedimenti mirati a limitare gli spazi democratici e lo spazio pubblico. I decreti sicurezza del governo vanno in quella direzione, il rischio di un cambiamento strutturale della nostra democrazia è reale. Ecco perché servirebbe si mettessero davvero in gioco le leadership di quello che oggi è il pensiero progressista: intellettuali, giornalisti, artisti, sindacalisti, politici, la smettano di limitare l’opposizione ai dibattiti tv».
Si è mai dato una risposta, sul perché di quanto accaduto allora?
«Quel movimento, represso con la violenza e le torture delle forze dell’ordine e poi delegittimato con campagne di comunicazione per anni, spaventò quello stesso mondo che contestavamo. Il Genoa Social Forum teneva insieme oltre mille associazioni, per la prima volta si capiva che l’unico modo per ottenere qualcosa era combattere il nemico comune a prescindere da quale fosse il rispettivo ambito di lotta. Si trattasse degli accordi del libero commercio o chi spostava i soldi dal welfare all’industria militare o i piani di aggiustamento strutturale in Africa. Si costruirono ponti tra realtà e battaglie abituate a stare divise, ed è quello che dobbiamo tornare a fare».
Per anni si è parlato di una sconfitta del movimento di Genova, eppure i temi sono ancora quelli, il percorso ha proseguito, e gli allarmi di allora valgono ancora oggi.
«La violenza in piazza di quel movimento ha fermato la crescita e ridotto l’ampiezza del respiro, che era quello che spaventava. Le idee però hanno continuato a lavorare, nei referendum come nelle campagne di attivismo su diritti, ambiente, giustizia. Oggi chiunque voglia pensare a un futuro per l’umanità e non per le sue élite è obbligato a riprendere l’analisi delle proposte del 2001, lavorare all’attualizzazione di quella fucina di idee che fu il movimento anti liberista a Genova».
Può diventare l’occasione per rilanciare il confronto, l’anniversario dei 25 anni del contro vertice del 2001? È possibile farlo, dopo quello che è successo e generazioni che per decenni hanno disertato le piazze?
«Abbiamo bisogno che torni in campo un grande movimento, una rete magari con modi e caratteristiche diverse ma con quelle dimensioni. La repressione del 2001 ha segnato un’intera generazione anche in termini di sconfitta culturale, da allora ha preso campo l’egemonia dell’individualismo, ma le nuove generazioni non hanno più sulle spalle il peso della nostra storia e hanno chiaro che in ballo c’è il loro futuro. Nelle manifestazioni per Gaza o per l’ultimo referendum i ragazzi si sono mobilitati per valori etici e assoluti, perché vogliono partecipare, e così pensano di poter pesare. Possiamo ripartire da lì».
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