perde 12 milioni di litri al giorno
Per capire il dramma che sta consumando il lago Albano non servono i grafici degli idrologi. Basta guardare la spiaggia. Dove un tempo c’era l’acqua per tuffarsi, oggi c’è una distesa di sabbia e sassi che si allunga mese dopo mese.
I cartelli galleggianti che un tempo indicavano la linea della balneazione sicura sono rimasti lì, ma ormai si trovano piantati all’asciutto, lontani metri dal nuovo bagnasciuga.
È l’istantanea di un’agonia silenziosa che non si ferma e che sta cambiando per sempre il volto di uno dei luoghi simbolo dei Castelli Romani.
I dati aggiornati a luglio 2026 descrivono una situazione d’emergenza: lo specchio d’acqua vulcanico continua ad abbassarsi al ritmo fisso di un centimetro ogni cinque giorni. Un millimetrico e inesorabile passo indietro che, tradotto in volumi, significa che il bacino perde ogni giorno 12 mila metri cubi d’acqua.
Dodici milioni di litri che spariscono quotidianamente, evaporati o risucchiati dai rubinetti della provincia. Se questo trend dovesse confermarsi durante i mesi caldi, entro il prossimo autunno il livello del lago sarà sceso di altri 35 centimetri rispetto a un anno fa.
Il paradosso del clima: la pioggia non basta più
A spaventare di più i tecnici è un paradosso legato alle precipitazioni. I primi mesi dell’anno sono stati tutt’altro che secchi: tra gennaio e febbraio sul quadrante a sud di Roma la pioggia è caduta in abbondanza, alimentando la speranza di un parziale recupero del bacino. Speranza smentita dai fatti e dai sensori.
Il verdetto dell’Autorità: «I forti rovesci invernali, pur essendo stati intensi, si sono concentrati in episodi troppo brevi e irregolari», spiega Marco Casini, segretario generale dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Centrale. «Questo tipo di precipitazioni non è riuscito a scscalfire un deficit idrico strutturale e profondo che il territorio si trascina dietro ormai da anni».
L’accusa degli ambientalisti: «I prelievi reali sono quattro volte superiori»
Se il cielo ha le sue colpe, per chi monitora il lago da anni le responsabilità principali vanno cercate altrove, precisamente sottoterra. L’associazione Grottaferrata Sostenibile, che da quattro anni misura continuamente lo stato di salute del bacino, punta il dito contro la pressione insostenibile esercitata dalle idrovore e dai pozzi che riforniscono la rete idrica dei Castelli Romani e dei comuni del litorale.
«Sulla carta, i prelievi ufficialmente autorizzati per rifornire i centri abitati da Rocca di Papa a Monte Compatri ammonterebbero a circa 3.100 metri cubi al giorno», attacca Giancarlo Della Monica, portavoce del monitoraggio scientifico dei comitati. «Tuttavia, incrociando i dati sul calo volumetrico della conca, stimiamo che i prelievi reali siano circa quattro volte superiori. È evidente che l’intero ecosistema è saltato e il sistema di captazione va riequilibrato immediatamente».
Il piano di salvataggio bloccato nei cassetti
Le soluzioni teoriche ci sarebbero già. Il tavolo tecnico coordinato dall’Autorità di bacino ha da tempo licenziato un piano straordinario composto da 26 interventi mirati. L’obiettivo della task force è recuperare una portata di 365 litri al secondo per alleggerire la pressione sul lago Albano.
La strategia si muove su tre direttrici:
La riconversione delle reti irrigue agricole attraverso il riutilizzo delle acque reflue depurate.
L’apertura di nuovi invasi di accumulo per raccogliere l’acqua piovana senza intaccare le falde.
Una stretta sui pozzi abusivi e una ridistribuzione dei punti di prelievo idrico lontani dalla sponda vulcanica.
Un pacchetto di riforme considerato vitale dagli scienziati ma che, al momento, sconta i ritardi della burocrazia e attende ancora una piena e concreta attuazione.
Nel frattempo, il lago continua a ritirarsi. Se la proiezione di luglio verrà confermata, a ottobre il livello delle acque risulterà inferiore di quasi un metro e mezzo rispetto a quello del 2022. Una ferita profonda che rischia di compromettere per sempre uno dei paesaggi più iconici e fragili del Lazio.
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