Tifoso ferito al derby di Torino, il poliziotto non va ai domiciliari
Il tribunale di Torino ha deciso: è sufficiente un anno di sospensione dal servizio per il poliziotto accusato di aver sparato il lacrimogeno che ha colpito in testa il tifoso juventino Marco Basoccu, ferito gravemente prima del derby di Torino del 24 maggio.
Il giudice per le indagini preliminari, Antonio Borretta, non ha accolto la richiesta presentata dal pm Paolo Scafi, che per l’agente aveva chiesto gli arresti domiciliari a fronte dei risultati delle indagini della Squadra mobile della questura: gli investigatori parlano di «ricostruzione inequivocabile» mentre il poliziotto, accusato di lesioni aggravate e difeso dagli avvocati Paolo Chicco e Lucietta Gai, si è difeso nell’interrogatorio preventivo sostenendo di aver «sparato nel caos ma non so se ho colpito io il tifoso». Secondo il tribunale, il quadro indiziario è «integrato», cioè confermato, e «sussistono le esigenze cautelari, che possono essere integrate con una misura meno afflittiva» rispetto ai domiciliari, come riportato in una nota firmata dal procuratore capo Giovanni Bombardieri.
L’indagato, poco più che trentenne, fa parte del Reparto mobile di Torino ma è già stato sospeso dal servizio attivo dopo l’iscrizione nel registro degli indagati. Ora rischia di essere rimosso dal servizio in maniera definitiva, per poi essere licenziato dalla polizia di Stato, come auspicava in questi giorni proprio il tifoso ferito: «È una persona pericolosa, è meglio che non lavori più in piazza per evitare che qualcun altro si ritrovi in una situazione come la mia. Sono deluso che ci si debba guardare dalle forze dell’ordine, che dovrebbero tutelarci».

Quella domenica gli uomini del Reparto mobile avrebbero dovuto evitare gli scontri tra gli ultrà granata e bianconeri, che avevano “pinzato” nel mezzo gli agenti, a pochi passi dallo stadio Olimpico Grande Torino. Invece il cosiddetto giellista, come viene chiamato il poliziotto che impugna il lancia lacrimogeni Gl 40/90, ha ferito alla testa il commercialista di 36 anni, originario di Casale Monferrato e residente a Milano. Altro che pietra o bottiglia lanciata dagli ultrà avversari, com’era emerso nelle ore successive al dramma di Basoccu, finito in coma e salvato solo da un’operazione di rimozione della calotta cranica all’ospedale Molinette, da cui è stato dimesso tre settimane fa. «Marco ha la testa frantumata, può essere stato solo un lacrimogeno lanciato dalla polizia» ha sempre ribadito Pier Luigi Basoccu, papà del ferito, che si è affidato all’avvocata Cristina Trabucco per far valere le sue ragioni.
Secondo l’accusa, il 36enne è stato centrato dall’involucro in acciaio del lacrimogeno, che non si sarebbe aperto perché sparato con una traiettoria orizzontale e da una distanza troppo breve, soltanto qualche decina di metri. Tutto ricostruito con un “film” in timelapse dagli investigatori e dai consulenti della procura, che hanno anche trovato il video decisivo per ricostruire il momento del ferimento, fissato durante gli scontri avvenuti tra le 17.20 e le 17.35 del 24 maggio.
Il risultato è stata un’informativa di oltre cento pagine, che ha attribuito la responsabilità al poliziotto e ha portato alla richiesta di arresti domiciliari da parte del pm. Nel corposo documento sono confluite anche le testimonianze dell’autista del bus dei Viking Milano, il gruppo ultrà di cui fa parte Basoccu, e degli agenti del Reparto mobile e della Digos sentiti come persone informate dei fatti. Ma almeno uno di loro avrebbe coperto il collega sotto accusa, per questo è stato indagato anche un altro agente, accusato di favoreggiamento.
«Siamo molto soddisfatti che non sia stata accolta la richiesta degli arresti domiciliari, molto meno per quanto riguarda l’applicazione della sospensione – commenta l’avvocato Chicco –. È senza dubbio una misura meno afflittiva ma, secondo noi, non andava applicata neanche quella. Nei prossimi giorni valuteremo il ricorso al tribunale del riesame insieme all’assistito».
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