Graham Coxon – Castle Park
Il britpop ci ha lasciato alcune figure che nel corso degli anni sono riuscite a crearsi un percorso personale, dimostrando in maniera inequivocabile una maturità e longevità artistica uniche.

Sicuramente Graham Coxon è tra queste: dotato di una creatività infinita, riesce ogni volta a tracciare percorsi originali, con la capacità costante di sorprenderci. Lo fa anche questa volta con questo “Castle Park“; quello che ci ritroviamo di fronte è praticamente un piccolo capolavoro caduto in un limbo, ma finalmente ritrovato.
Registrato nel 2011 ai The Pool Studios di Londra durante le sessioni di “A+E” (uscito nel 2012), l’album era stato pensato come il suo possibile seguito, ma poi accantonato, limitando solo alcuni pezzi a sporadiche esibizioni dal vivo, ci sono voluti ben quindici anni ma finalmente eccolo qui.
Pubblicato finalmente nel giugno 2026, il lavoro si rivela non come uno scarto d’archivio, ma come una creatura che non ha perso un grammo della sua urgenza espressiva.
Il lavoro è delizioso e già dalle prime battute sembra farci ripiombare negli anni ’60: “Billy Says“, con le sue chitarre, il controcanto, gli assoli e la batteria, è una secchiata di mod che arriva direttamente in faccia a risvegliarci, facendoci capire che forse è tornato il momento di ricominciare a guardarsi indietro.
In effetti, in questo lavoro sembra che Graham abbia voluto ricreare una certa atmosfera retrò nella quale anche il titolo e la cover hanno un ruolo: “Castle Park” era un parco dove Coxon ha trascorso la sua adolescenza, rappresentato dalle cartoline vintage della copertina.
Un’atmosfera che pervade tutto l’album con richiami ai Kinks e al primo Elvis Costello (anomalia del punk e della new wave), che risulta estremamente piacevole grazie alla maestria melodica di Coxon e agli arrangiamenti perfetti che, in fondo, contraddistinguono tutta la sua produzione.
Brani deliziosi come “Isn’t It Funny” — che come una magia unisce Ray Davies e Nick Lowe in una composizione classica con una melodia malinconica tipicamente inglese — o “There’s A Little House”, che richiama alcune sue cose per i Blur, fino a “Easy”, elegante, sofisticata ed emotiva come un brano di Elliott Smith o di Syd Barrett.
Quando pensavo di aver ormai inquadrato l’album, Coxon mi spiazza con “Forget Day”, qui la mia sensazione si sposta da Londra verso gli Stati Uniti per evocarmi la figura del tanto amato Tom Petty: un brano che ti avvolge e che voglio credere sia un omaggio al cantautore americano, che Coxon aveva avuto modo di conoscere esibendosi insieme.
“Castle Park” è assolutamente delizioso, una gemma luccicante, un ascolto piacevole e completo, un album da ascoltare nella sua interezza, un ricordo vivido di un mondo musicale che forse oggi è completamente scomparso.
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