Scorie nucleari, la Basilicata ribadisce il suo no
POTENZA – La giornata si chiude con una promessa che suona come un avvertimento: la mobilitazione è solo all’inizio: i territori della Basilicata sono pronti a dare battaglia per respingere gli interessi dei privati sui depositi di scorie nucleari, esattamente come accadde 23 anni fa.
Clima teso ieri mattina davanti al Grande Albergo di Potenza dove i rappresentanti di diverse sigle sindacali e politiche della sinistra di alternativa – tra cui Osa, Usb, Cambiare Rotta, Pci e Potere al Popolo – hanno dato vita a una contestazione. Nel mirino dei manifestanti il convegno organizzato da ORA sulle scorie radioattive, descritto dai movimenti come un tentativo mediatico di spianare la strada a «progetti nefandi» spacciati per sviluppo economico. Un “drin drin” – come lo hanno definito gli attivisti – indirizzato direttamente a Forchielli e soci, per ribadire che «i territori lucani non accetteranno passivamente decisioni calate dall’alto».
Il richiamo storico è immediato e potente. La memoria corre al 2003, quando oltre 100.000 persone scesero in piazza a Scanzano Jonico per bloccare il piano del Governo che voleva trasformare le miniere di salgemma di Scanzano Jonico nel cimitero unico delle scorie nucleari italiane. A distanza di oltre vent’anni – era il 2003 – la Basilicata oggi teme di essere nuovamente il bersaglio designato a causa di una presunta minore capacità di resistenza istituzionale e demografica. Una percezione che i movimenti hanno voluto smentire categoricamente, richiamando il popolo lucano alla difesa della propria terra. La protesta ha sollevato una critica profonda alle attuali direttrici geopolitiche ed economiche dell’Unione europea.
Scorie nucleari in Basilicata, le ragioni del no
Secondo i contestatori, il percorso iniziato con il “Green new deal”, proseguito con il RePowerEU e sfociato in quello che definiscono ironicamente “ReArm”, ha svelato la vera natura della transizione ecologica targata Ue. «Sotto la spinta della crisi energetica e del conflitto in Ucraina hanno denunciato – le politiche ambientali sarebbero state piegate a logiche militari. In questo scenario, il ritorno all’atomo non risponderà alle necessità immediate dei cittadini, ma servirà a coprire un risvolto strategico-militare ormai innegabile. Le recenti aperture del Commissario Ue Valdis Dombrovskis sugli scostamenti di bilancio per l’energia – sul modello di quanto già fatto per le spese della difesa – vengono lette dai manifestanti come la prova definitiva di questa sovrapposizione tra la corsa al riarmo e i piani energetici.
Nel mirino dei movimenti non c’è solo l’esecutivo Meloni, impegnato a portare avanti l’iter legislativo per il ritorno alla fissione nucleare in Italia tramite una Legge delega. La critica è bipartisan e travolge anche l’opposizione parlamentare. «Durante le votazioni alla Camera dei Deputati – hanno aggiunto i contestatori – l’emendamento che chiedeva di escludere qualsiasi applicazione militare dalle tecnologie nucleari civili in fase di sviluppo è stato bocciato dalla maggioranza. Una bocciatura che, secondo i contestatori, svela le reali intenzioni “guerrafondaie” del governo». Al contempo, è stata denunciata «l’inconsistenza di un “campo largo” che, nei fatti, si dimostrerebbe allineato alle scelte strategiche dell’esecutivo, configurando una finta opposizione di facciata». Il dibattito sulla riattivazione del nucleare in Italia resta uno dei temi più divisivi dell’agenda politica ed energetica nazionale.
Il sito unico nazionale
Nel frattempo, non si ferma l’iter per l’individuazione del sito unico nazionale destinato a ospitare le scorie radioattive nucleari: una partita in cui la Basilicata gioca, suo malgrado, un ruolo di primissimo piano: la regione è infatti la seconda in Italia per numero di aree giudicate idonee, con ben 14 zone interne ai territori di Matera, Bernalda, Montescaglioso, Genzano di Lucania e quattro aree al confine con la Puglia. Il progetto si trova attualmente nella delicata fase di Valutazione ambientale e strategica (Vas), ma lo scontro politico e sociale è già acceso, nonostante le ferme osservazioni contrarie formalizzate dai Comuni e dalla stessa Regione, ribadite di recente anche da Pasquale Pepe, vicepresidente della giunta guidata da Vito Bardi.
Mentre le istituzioni locali alzano le barricate, i referenti lucani del neonato partito “ORA!” hanno scelto la via del confronto tecnico. Ieri mattina nella Sala Minerva del “Grande Albergo” di Potenza, una tavola rotonda ha riunito esperti e ingegneri per analizzare la questione da una prospettiva puramente scientifica. L’obiettivo è comprendere le implicazioni di un eventuale decreto del Presidente della Repubblica che dovesse imporre la scelta del sito.
Dal tavolo tecnico è emerso un approccio pragmatico: i rifiuti radioattivi sono già presenti in Basilicata ed è necessario capire se le attuali tecnologie siano superate. Secondo i promotori dell’incontro, un deposito nazionale di nuova concezione non rappresenta una minaccia, bensì un’opportunità per il territorio. Si tratterebbe di una struttura ingegneristica studiata appositamente per azzerare il rischio di fuoriuscite, garantendo ai cittadini una disciplina e un livello di sicurezza decisamente superiori rispetto al passato. Il clima all’esterno della sala era però di tutt’altro tenore. La Cgil, insieme a numerosi movimenti ambientalisti e pacifisti, ha dato vita a un sit-in di protesta per contestare duramente l’inserimento delle aree lucane nella mappa dei siti idonei. I manifestanti hanno ricordato come la regione abbia già pagato un pesante tributo ambientale con l’impianto Itrec di Rotondella, da anni al centro di una complessa bonifica per la messa in sicurezza delle acque di falda.
Il no alle scorie nucleari delle associazioni
Le associazioni hanno anche denunciato inoltre una grave mancanza di trasparenza e informazione, specialmente per quanto riguarda lo stoccaggio dei rifiuti ad alta intensità. Per i movimenti, il territorio lucano subisce da troppo tempo uno sfruttamento energetico unilaterale: la Basilicata – accusano i manifestanti – non può essere ridotta a una “terra di scorie nucleari”. La richiesta che si è levata dalla piazza è stata netta: liberare la regione da logiche di potere calate dall’alto per permettere alla comunità di scegliere autonomamente il proprio futuro. Alla protesta hanno aderito in modo compatto Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, la Cgil e numerose sigle del mondo associazionistico e ambientale, tra cui Wwf, Arci e Libera. I manifestanti hanno espresso forte preoccupazione per la democrazia dei processi decisionali, accusando le istituzioni di voler calare dall’alto un’infrastruttura così impattante.
Il precedente del 2003
Dal presidio è emerso un messaggio chiaro: la Basilicata, che già ospita il centro Itrec di Rotondella e paga un pesante tributo ambientale legato alle estrazioni petrolifere, ha una vocazione strettamente agricola, turistica e ambientale che risulta incompatibile con il deposito unico delle scorie. Il dibattito ha riacceso le storiche ferite del 2003, quando l’intera regione si mobilitò – nessuno può dimenticare la “Marcia dei centomila” del 23 novembre a Scanzano – per protestare contro la decisione del Governo Berlusconi di istituire un deposito unico nazionale in Basilicata per le scorie nucleari. La protesta portò alla revoca del decreto contro l’ipotesi di Scanzano Jonico. E ieri mattina diversi amministratori locali hanno espresso solidarietà alla protesta, definendo le spinte aperturiste sul deposito nucleare come «provocazioni» o «operazioni di facciata» distanti dalle necessità dei lucani.
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