Festival di Spoleto, Kohlhaas è il mito dell’uomo che lotta contro l’ingiustizia

di Leonilde Gambetti
Tutto ha inizio da un cerchio. L’uomo lo scruta, ne misura i confini con passi lenti, poi sempre più veloci, fino al galoppo. È attraverso questa corsa, un giro dopo l’altro come in un vortice, che lo spettatore precipita nel recinto dei cavalli. E siamo tutti dentro la storia.
“Molti anni fa c’era un uomo che si chiamava Michael Kohlhaas…”. Così inizia il racconto, in un cerchio di luce in cui l’attore Arinzé Kene evoca dal nulla, con la sola forza delle parole, un intero mondo. Kohlhaas è un mite mercante di cavalli, quando viene truffato da un uomo potente si ribella e paga a caro prezzo la sua ribellione. Il fatto, realmente accaduto nella Germania del 1500, è descritto nella novella di Heinrich von Kleist pubblicata nel 1810.
Ma quel romanzo è solo uno spunto per Marco Baliani e Remo Rostagno. I due autori prendono il testo del drammaturgo tedesco e lo dissezionano, lo masticano, lo scarnificano fino all’osso per poi rimpolparlo di nuovi significati che attraversano, nei secoli, infiniti abusi di potere, consegnando così alla storia del teatro una pièce sul mito dell’uomo che lotta contro l’ingiustizia.
La storia racconta come da una piccola scintilla può nascere una rivolta. E come, partendo da un banale episodio di sopraffazione, basti un uomo, uno solo, che alzi la testa per fare nascere un eroe della resistenza seguito da un popolo affamato di giustizia. Cosa succede nell’animo umano quando entra in collisione con una legge ingiusta? Fino a che punto è lecito spingersi affinché la lotta non si riduca unicamente a desiderio di vendetta o a mera violenza?
Queste sono le domande che agitano il protagonista, segnato da un destino ineluttabile.
Arinzé Kene, diretto dal regista Omar Elerian, interpreta il monologo con sapiente maestria. Ne calibra le pause, il tono della voce e la suspense, supportato efficacemente dalle composizioni di Matthew Herbert e dal sound design di Herbert e Dan Pollard. Le luci di Jackie Shemesh e la scenografia di Ana Inés Jabares-Pita sono raffinatissime. Disegnano una scena lineare, netta, geometrica. La dilatano e la restringono rafforzando il ritmo serrato del testo.
Tutto concorre a forgiare un mondo narrativo che dalla tranquilla fattoria di un allevatore di cavalli diventa, via via, un’alba brumosa, una città infiammata dalla rivolta, una prigione, un patibolo. Verso la fine del monologo nuove domande aleggiano nell’aria. Vinceranno mai davvero questi eroi? O semplicemente il potere cambierà forma, restando nelle mani di sempre? E quanti eroi serviranno ancora per porre fine agli abusi di potere? Tutto ha inizio da un cerchio. Un uomo al centro racconta una storia vecchia di secoli che sembra non avere mai fine. La luce si spegne, il mondo evocato viene risucchiato dal buio. E il cerchio si chiude.
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