Sardegna

Segnalare i posti di blocco su WhatsApp non è reato: piovono assoluzioni a Nuoro per il gruppo di messaggistica

Si è concluso ieri dinanzi al Tribunale di Nuoro un delicato processo che vedeva sul banco degli imputati diversi cittadini accusati di interruzione di pubblico servizio. La vicenda, che affonda le radici in un’indagine della Procura della Repubblica avviata negli anni scorsi, ruotava attorno alla creazione e alla gestione di un gruppo sulla piattaforma di messaggistica istantanea WhatsApp denominato “Malos a domare.1“. All’interno di questo spazio virtuale, gli iscritti si scambiavano comunicazioni in tempo reale per segnalare la presenza e i movimenti delle Forze dell’Ordine lungo le arterie stradali del territorio, un’attività che secondo gli inquirenti turbava la regolarità del servizio pubblico di sicurezza e prevenzione dei reati.

L’ACCUSA – IL REATO DI INTERRUZIONE DI PUBBLICO SERVIZIO – La tesi sostenuta dall’accusa si basava sul concorso nel reato previsto dagli articoli 110 e 340 del codice penale. Secondo la Procura di Nuoro, gli indagati, rafforzandosi nel medesimo proposito criminoso attraverso l’amministrazione e la partecipazione attiva alla chat, avrebbero ostacolato in modo coordinato l’efficacia dei controlli stradali. Tale condotta, nella prospettiva del Pubblico Ministero che aveva originariamente richiesto l’emissione di un decreto penale di condanna, configurava una vera e propria alterazione dei servizi finalizzati a garantire la sicurezza della circolazione e l’ordine pubblico.

LA DIFESA E LA SENTENZA – IL FATTO NON SUSSISTE – Di tutt’altro avviso si è dimostrato il giudice  Puligheddu del Tribunale barbaricino, che ha accolto pienamente la linea interpretativa proposta dai legali della difesa. Gli avvocati hanno dimostrato come la semplice condivisione di informazioni tra privati cittadiniz, seppur legata alla dislocazione dei posti di controllo, non avesse la forza materiale di paralizzare o interrompere l’attività istituzionale delle Forze dell’Ordine. La sentenza emessa ieri ha sancito l’assoluzione degli imputati con la formula “perché il fatto non sussiste”. La decisione conferma un orientamento giurisprudenziale cruciale: lo scambio di messaggi su chat private rientra nella libera circolazione delle informazioni e non costituisce reato, distinguendosi nettamente da un reale sabotaggio fisico o materiale dei servizi dello Stato. Gli avvocati della difesa erano Antonello Cao, Giorgio Murino, Gian Piera Pittalis Josè Porru e Giuseppe Putzu.    Già nel mese di novembre 2025 c’era stata un’assoluzione con rito abbreviato per un caso simile che ha decretato un precedente con  una  sentenza storica 


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