“Il calcio e le tartarughe, ora la mia Curaçao ha un posto nel mondo”
Si può restare un’isola felice. Navigare in un mare di gioia. «Dopo l’eliminazione dal Mondiale gli abitanti qui festeggiavano, eravamo a vedere la partita in un locale e tutti si abbracciavano, hanno cantato. Sa perché? Qui le persone sono friendly, accoglienti, sempre sorridenti e spensierate. Ho una maglietta che metto qui e mi fa sentire in connessione con loro. Dice: “Do more of what makes you happy”, fai di più di quello che ti rende felice».
Manuela Tripepi è l’italiana che cura le tartarughe di Curaçao. Originaria di Cosenza, è docente di biologia e microbiologia alla Thomas Jefferson University di Filadelfia, e con i suoi studenti vola con regolarità nei Caraibi per attività di ricerca e conservazione di questi animali marini. «Ho iniziato per caso, in spiaggia non riesco a stare ferma e ho trovato un’associazione di volontari, la Sea Turtle Conservation, ho scoperto che alcuni animali era malati e ho spostato il progetto».

Pochi giorni fa è tornata sull’isola indossando i colori della squadra che ha stupito al Mondiale nonostante l’eliminazione. «Io e mia moglie siamo sbarcate in aeroporto con le magliette della nazionale, la vogliono tutti ma ormai è introvabile anche sul sito ufficiale».

Professoressa, biologa, e anche calciatrice: Manuela gioca a Filadelfia, «ho una squadra tutta mia, ora però andrò in seconda divisione. Sui campi ho conosciuto mia moglie». Tifa Inter, ama Curaçao. L’isola che non c’era ora c’è. Il Mondiale ha costretto il pianeta calcio a imparare dove fosse questa minuscola isola di 156mila abitanti, la nazione più piccola a qualificarsi a un Mondiale. Anzi, neanche piccola: era solo un nome. «Negli Stati Uniti molti non sanno dove sia Curaçao. Dicono: vicino ad Aruba. Ora lo stanno scoprendo piano piano. Il motto qui è Now you see us, adesso ci vedete, perché il mondo si sta rendendo conto che esistono anche loro».
I giocatori blu e gialli si sono fatti vedere, notare, apprezzare, amare. Lo scuolabus, le feste, il ritiro con le mogli, una donna a capo dello staff medico. Ci sono stati. E l’hanno vissuto con emozione: «Prima della partita con la Costa d’Avorio, decisiva, arrivavano mail e messaggi per avvertire che presto tutto il Paese avrebbe chiuso per il calcio: banche, supermercati, uffici. Il Mondiale li ha travolti. Ci sono onde disegnate sui muri con il pallone, il team si chiama “Le Onde Blu”. I tifosi vestiti di blu e giallo hanno dipinto auto, messo bandiere e palloni ovunque. Qui c’è uno dei ponti più famosi dei Caraibi perché è uno dei più alti, hanno piazzato un grande schermo per vedere la partita tutti insieme».

L’eliminazione non ha smorzato l’entusiasmo, ora sull’isola al largo della costa venezuelana si tifa Olanda, perché Curaçao resta nazione costituente del regno dei Paesi Bassi. Molti isolani indossano la maglia mista, metà arancione, metà blu. Tutti oltre al Papiamento, la lingua dell’isola, parlano l’olandese che imparano a scuola, oltre all’inglese e al lo spagnolo. Continueranno a vedere il Mondiale e la nazionale di Koeman perché si sono innamorati del torneo e anche del calcio, anche se i calciatori della nazionale non sono cresciuti qui: «Perché qui non giocano a calcio in spiaggia come in Brasile. Curaçao è praticamente una roccia, le spiagge sono piccoline, non c’è spazio, non ci sono distese di sabbia lunghissime come si può immaginare parlando di Caraibi. Ma l’acqua azzurra è bellissima».
Ora il Mondiale della Nazionale minuscola arrivata con lo scuolabus al torneo più visto del mondo è finito. Erano i più piccoli, ma si sentono finalmente grandi.
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