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Ho rivisto Vasco in concerto e capito cosa è veramente cambiato nel 2017: ha trovato la pace

Sono stato con molta gioia a vedere un altro concerto di Vasco Rossi, stavolta ad Ancona, allo stadio del Conero. Vasco ha una poetica talmente cesellata nel suo repertorio, che individua percorsi di senso molto significativi e, in un periodo di guerre e genocidi, infila una dopo l’altra Faccio il militare, Gli spari sopra, C’è chi dice no, Stupendo. Il live di Vasco non è insomma solo un evento: è una catarsi collettiva di poetico realismo a colpi di musica e parole.

Mentre assistevo a quel live, allo stadio che si mostrava in tutta la sua meraviglia stracolma da teatro greco moderno, pensavo che da Modena Park del 2017 qualcosa è davvero cambiato. Quello è stato un anno cruciale anche grazie alla canzone Come nelle favole. Vasco da lì non ha davvero più nulla da dimostrare. Vediamo, ci arriviamo per gradi.

C’è un infatti un malinteso che accompagna da sempre la ricezione critica di Vasco Rossi: l’idea che la sua sia una poetica della pura sregolatezza. Chi si ferma alla superficie di una “vita spericolata” manca il bersaglio. Analizzando le canzoni con gli strumenti della critica musicale e l’empatia della disciplina d’autore, emerge invece che Vasco ha imbastito un’autentica indagine filosofica sul senso di colpa e sullo scorrere del tempo. In questo percorso, occorre operare una distinzione clinica tra due sentimenti che viaggiano su binari opposti: il rimorso e il rimpianto.

Il rimorso ha a che fare con la morale, con il codice etico che la società ci impone e che, se violato, genera il senso di colpa. Su questo fronte, Vasco ha trovato la soluzione quasi subito. La sua risposta ai rimorsi è stata immediata e rivoluzionaria per la canzone italiana. Il messaggio antropologico che consegna al suo pubblico, fin dai primi anni Ottanta, è di una linearità disarmante: non sentitevi in colpa, perché non avete fatto del male a nessuno.

È la rivendicazione dell’autenticità contro il perbenismo giudicante. Quando canta “siamo solo noi” o fotografa chi vive “al massimo”, Vasco azzera il rimorso morale. Non c’è colpa nel voler vivere intensamente la propria esistenza, a patto di non calpestare l’altro. La sua gente, ai concerti, si mostra libera e rispettosa, proprio come le sue canzoni. Questa felice assenza di sensi di colpa è il nucleo terapeutico che ha legato generazioni al suo repertorio, sdoganando il diritto di essere “sbagliati” rispetto ai canoni della normalità borghese.

Ma, se il rimorso è un nodo sciolto subito, il vero vicolo cieco della poetica vaschiana è il rimpianto. A differenza del primo, il rimpianto non risponde alla morale, ma alla categoria del Tempo. È la nostalgia per ciò che poteva essere e non è stato, per le occasioni perdute mentre la clessidra si svuota. Con il rimpianto Vasco ha ingaggiato una battaglia corpo a corpo durata decenni.

Dopo Stupendo del 1993 era difficile dire qualcosa in più. I suoi capolavori più struggenti nascono proprio da questa ferita aperta. Pensiamo a Vivere, dello stesso anno, tentativo disperato di andare avanti “anche se sei morto dentro”. Pensiamo a Sally (1996), col peso d’oro di una vita vissuta ma con l’amarezza di chi si accorge che “tutto è un equilibrio sopra la follia”.

Da Stupendo a Come nelle favole, in cui c’è la soluzione a questa mancanza, passano ventiquattro anni. Anni complicati, difficili. Per ammissione di Vasco stesso, è stato il periodo più prolifico e creativi della sua vita, perché quando manca qualcosa che ti scivola se cerchi di afferrarla, ci riprovi in continuazione. Penso a Un senso (2004), che cerca una direzione nel vuoto. In queste tappe il passato è un’ombra indomabile e il rimpianto resta un graffio profondo nell’anima che nessuna reazione d’impatto può lenire.

Per trovare la risoluzione definitiva, la vera catarsi esistenziale, bisogna attendere il 2017, l’anno di Modena Park, quando esce Come nelle favole. È in questa canzone che Vasco compie il miracolo poetico, riuscendo finalmente a sublimare i rimpianti. Non li cancella, ma li trasforma elevandoli a una dimensione superiore. Non è una resa, ma una nobilitazione, in cui il ruolo decisivo è proprio delle canzoni. Banalizzando: la storia d’amore che non abbiamo realizzato nella vita, quel mondo perfetto che abbiamo tenuto nascosto – anche a noi stessi – vive dentro le mie canzoni, come nelle favole e nel mondo migliore possibile. Cantarsi una canzone nel buio per darsi coraggio. L’arte è l’unico modo per battere il tempo e la celebriamo a Modena. Da lì è tutto più chiaro e arrivano Se ti potessi dire (“vivere continuamente… e senza rimpianto”) e Una canzone d’amore buttata via.

In quel momento, le strade interrotte e i dolori di una vita intera perdono la carica distruttiva. Se tutto quel camminare ha portato a questo istante di pace, allora il rimpianto smette di graffiare e diventa la materia prima di un miracolo quotidiano. Dopo averci insegnato a non avere rimorsi verso l’esterno, Vasco ha finalmente fatto pace con il proprio mondo interiore.


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