Sicilia

I faldoni del Maxiprocesso diventano una mostra fotografica al Museo di Castelbuono

Oltre 800.000 pagine che racchiudono la storia giudiziaria della più grande sfida di uno Stato democratico alla criminalità organizzata, alla mafia, diventeranno un’installazione di arte contemporanea, per raccontare, al di là delle polemiche sulle piste di indagine tralasciate o seguite, come l’Italia abbia fronteggiato e sconfitto Cosa nostra. E’ la scommessa di Maria Domenica Rapicavoli e dei suoi trenta scatti fotografici ai faldoni del Maxiprocesso, che si concluse, dopo 349 udienze, con 19 ergastoli e 2.265 anni di carcere comminati a boss e gregari. L’evento vuole «riaffermare il valore della memoria del Maxiprocesso attraverso l’azione delle istituzioni culturali e l’arte contemporanea, con un programma di iniziative pubbliche, promosse dal Museo Civico di Castelbuono, nel quarantesimo anniversario dalla sua celebrazione (1986-2026)».

Le fotografie di Maria Domenica Rapicavoli (ne vengono esposte 30 su 360, queste ultime raccolte in un volume per l’editore Lenz) mostrano l’immane lavoro dietro l’enormità di dati, verbali degli interrogatori dei collaboratori di giustizia, intercettazioni, documentazione relativa alle attività di Cosa Nostra, nell’istruttoria condotta dal pool antimafia coordinato da Giovanni Falcone. L’installazione fotografica sarà visibile dal 26 giugno al 30 settembre prossimi al primo piano del Palazzo di Giustizia di Palermo, e successivamente sarà esposta al Museo Civico di Castelbuono. L’opera è però destinata in futuro a viaggiare altrove, con l’impegno del Museo che «non vada mai in deposito», così come la memoria non può essere riposta. «Come museo pubblico – spiega Laura Barreca, direttrice del Museo – oggi riflettiamo sul ruolo attivo che le istituzioni culturali possono assumere nella costruzione di una società più consapevole, responsabile e partecipata. In Sicilia, questa responsabilità assume un significato ancora più profondo: qui la memoria del Maxiprocesso continua a essere custodita, riletta e trasmessa alle nuove generazioni, trovando nell’arte contemporanea uno strumento potente di interpretazione, dialogo e diffusione».

Per Antonio Balsamo, presidente della Corte d’appello di Palermo, il maxiprocesso «è stato determinante non solo per la ricostruzione giudiziaria del fenomeno mafioso, ma anche per la formazione della coscienza civile, per il riscatto della Sicilia. Ha costruito una nuova identità collettiva: oggi, nel contesto internazionale, il volto dell’Italia è il volto di persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Questa mostra ha lo scopo di trasmettere alle giovani generazioni, nel modo più vivo, il ricordo di un momento fondamentale della nostra Storia, che è la base su cui costruire il nostro futuro. Ed è, al tempo stesso, un’iniziativa capace di far sentire i nostri Palazzi di Giustizia come la casa comune di tutti i cittadini». «La memoria – spiega Alessandra Camassa, Presidente del Tribunale di Trapani – è fatta di impegno e anche di sensi. Questa mostra, frutto di una virtuosa sinergia tra il mondo della cultura e quello della giustizia, rievoca lo storico Maxiprocesso di Palermo. E lo fa da un’angolatura particolare: l’esplorazione per scatti delle pagine e dei volumi del processo per offrire uno spaccato visivo e godibile del mastodontico e certosino al lavoro dei giudici. Non vuole essere dunque un omaggio alla storia dei fatti e delle persone che hanno operato, ma anche soprattutto un proiettore permanente di immagini destinate a far riflettere in tutti i luoghi, compreso il Tribunale di Trapani che ha subito condiviso e promosso l’iniziativa, in cui la mostra avrà luogo in modalità itinerante». E’ Giovanna Fiume, storica, a soffermarsi sul «senso di monumentalità» che assumono oggi faldoni: «Secondo una stima – sottolinea – sono circa 860.000 le pagine di atti e documenti processuali raccolti del lavoro dei giudici del pool antimafia e di Giovanni Falcone in primis». Si tratta del «picco di una attività investigativa e giudiziaria che, iniziata nel 1981, si conclude in tutti i suoi gradi di giudizio nel gennaio 1992 con una sentenza che riconosce Cosa Nostra come associazione a delinquere di stampo mafioso e stabilisce la responsabilità dei suoi vertici per i singoli reati commessi»


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