Omicidio Regeni, la Procura di Roma chiede l’ergastolo per il colonnello degli 007 egiziani
Aggiornamento delle 20,20
Un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione. Sono le richieste della Procura di Roma nei confronti degli 007 egiziani imputati nel processo per la morte di Giulio Regeni. Le richieste di pena sono state formulate dal procuratore capo, Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Sergio Colaiocco. Al termine della requisitoria il Procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha sollecitato il carcere a vita per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e 6 mesi per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. Nelle conclusioni il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco afferma che “questo processo non consegna una verità intuitiva o emotiva. Regeni non è solo il nome di una vittima, è diventato il nome universale di domanda di giustizia». Consegna una verità processuale costruita attraverso: prove documentali; prove dichiarative; prove tecnico-scientifiche; riscontri esterni; convergenze indipendenti; verifiche dibattimentali». Gli imputati sono «pubblici ufficiali di altissimo grado: un generale, due colonnelli e un maggiore, dunque soggetti pienamente consapevoli dei propri doveri istituzionali, primo fra tutti quello di garantire la legalità e non di piegarla a fini illeciti». Vi «consegniamo anche il peso di dieci anni di lavoro, di fatica investigativa, di ostinata ricerca della verità: vi consegniamo, soprattutto, la responsabilità di fare in modo che questo immenso sforzo di giurisdizione arrivi alla sua meta naturale: il giudizio».
Nel corso della lunga maratona processuale, il procuratore aggiunto della procura di Roma, Sergio Colaiocco aveva tracciato un ritratto di Regeni, ricordando la sua totale estraneità a dinamiche non limpide: «Giulio Regeni era un uomo, un cittadino italiano, un giovane ricercatore che un giorno entra in una zona d’ombra, in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra solo la nuda forza. Da quel momento Giulio Regeni non è più una persona, diventa un soggetto sequestrato, un soggetto da piegare, diventa per chi lo detiene materia per esercitare il potere assoluto. Giulio Regeni fu privato non solo della vita ma della stessa condizione di essere umano titolare di diritti. Ma c’è un’altra sconvolgente verità, a compiere tutto questo non furono uomini della malavita, ma furono uomini del servizio di sicurezza egiziani. Ed è per questo che il processo che oggi giunge a conclusione, è un processo contro il silenzio». Sono le parole del procuratore aggiunto della procura di Roma, Sergio Colaiocco nel corso della requisitoria del processo per l’omicidio di Giulio Regeni.
Colaiocco sottolinea come «occorra trarre una conclusione netta sulla pista inglese. Tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione. E deve dirsi oggi, con assoluta chiarezza, che da quel versante non è emerso alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni». Regeni ha ribadito il magistrato «non era una spia».
«Il processo che oggi giunge a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri. Esso è stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare. Di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi», afferma Colaiocco nella sua requisitoria al processo per la morte del ricercatore italiano avvenuta al Cairo nel gennaio del 2016.
La procura di Roma afferma, inoltre, che «secondo l’ordine naturale delle cose, questi fatti avrebbero dovuto essere accertati e giudicati nel luogo in cui furono commessi. Sarebbe stato compito dell’Egitto ricercare i responsabili, assicurare le prove, offrire alla vittima e alla comunità internazionale una risposta di giustizia». Ma quel che «si è progressivamente rivelato è stato l’esatto contrario: un sistema di ostacoli, di opacità, di resistenze, di chiusure che ha reso via via evidente una conclusione tanto semplice quanto drammatica. Che questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo».
«Questa verità, se non fosse stata ricercata dalla magistratura italiana, sarebbe rimasta sommersa – aggiunge Colaiocco -. Questa morte, se non fosse stata portata davanti a un giudice, sarebbe stata consegnata all’oblio. E allora la giurisdizione italiana si è assunta appieno le proprie responsabilità». «La tortura e l’omicidio non possono trovare riparo dietro i confini. Ha affermato che neppure la ragion di Stato può diventare ragione di impunità. Lo ha fatto con gli strumenti della legge, lo ha fatto nel rispetto delle garanzie, lo ha fatto entro il perimetro rigoroso del processo penale – aggiunge -. Ma lo ha fatto con una determinazione che costituisce essa stessa una risposta istituzionale al tentativo di sottrarre questi fatti alla giustizia. Ed a proposito «di istituzioni, appare doveroso in apertura di questa requisitoria ricordare come la più alta delle istituzioni, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha più volte in questi dieci anni ribadito: che verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale. Nonché l’impegno del nostro ordinamento affinché sia fatta piena luce sulle circostanze e le responsabilità che segnarono il tragico destino di Regeni».
Per l’accusa «l’insieme del contesto politico, dinamiche interne agli apparati, segnalazione iniziale, sviluppo del sospetto e conferma interpretativa dei comportamenti della vittima, conduce alla ricostruzione del movente come errata percezione di attività di intelligence ostile. Le stesse modalità della tortura, nella loro durata ed efferatezza, confermano la dinamica persecutoria, sino al tragico esito finale Ne emerge una responsabilità concorsuale a struttura progressiva, nella quale ogni imputato occupa un ruolo funzionale specifico».
Anche la famiglia di Regeni, rappresentata dall’avvocata Alessandra Ballerini, chiede di fare luce su quell’omicidio: «Oggi la Procura di Roma ricostruirà fatti e responsabilità, domani toccherà a noi parti civili. Sono 10 anni e mezzo che aspettiamo questo momento. Siamo emozionatissimi e carichi di responsabilità e aspettative anche di tantissimi italiani: più che fiducia è ormai una fede».
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