Medici di famiglia in casa di comunità: compenso orario di 40 euro fino a 6 ore a settimana
Raggiunto l’accordo di base che regola la presenza dei medici di famiglia nelle Case di comunità. Dopo settimane di confronto e polemiche, i sindacati di categoria hanno definito un’intesa preliminare con la Sisac, la Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati, e la firma definitiva è attesa a breve dopo il via libera del Mef . Un passo decisivo in vista del 30 giugno, la scadenza prevista dal Pnrr per l’entrata in funzione delle 1.038 nuove strutture territoriali. Positivo il giudizio del ministro della Salute Orazio Schillaci, anche se le sigle sindacali non sono state compatte e due – Smi e Snami – hanno deciso di bocciare l’intesa. In pista un compenso orario di circa 40 euro (38 euro più oneri) a livello nazionale. I medici saranno obbligati a lavorare fino a 6 ore settimanali, sulla base dei fabbisogni individuati dalle Regioni, per 48 settimane l’anno.
Accordo di base confermato anche dalle Regioni
“Stiamo trattando con i sindacati e con le Regioni e speriamo a breve di avere una soluzione. Siamo ottimisti e aspettiamo di arrivare a una conclusione. C’è un accordo di base”, ha annunciato Schillaci. Che ha aggiunto: “Vogliamo fortemente che i medici di medicina generale siano all’interno delle Case di comunità, le nuove strutture territoriali, perchè sono quelli che meglio conoscono i pazienti. Questo ci farà vedere una sanità più moderna e più di prossimità e vicina ai cittadini e spero che ciò porti anche a decongestionare i pronto soccorso”. A stretto giro, la conferma da parte delle Regioni: “C’è condivisione sull’ipotesi di accordo collettivo nazionale di lavoro dei medici di medicina generale per l’attuazione delle Case di Comunità”, rende noto la stessa Conferenza, che conferma anche l’intenzione ad avviare quanto prima il confronto sul triennio contrattuale 2025-2027, con l’impegno delle Regioni a emanare l’atto di indirizzo per tutta la medicina generale entro il 30 settembre 2026. Riempire le nuove strutture con i medici in numero adeguato per fornire ai cittadini l’assistenza territoriale necessaria è la priorità: per questo il ministro Schillaci aveva proposto un decreto ad hoc, strada poi accantonata a seguito delle polemiche e dell’opposizione dei sindacati medici.
Compenso orario di 40 euro fino a un massimo di 6 ore a settimana
L’accordo ora raggiunto sblocca dunque la situazione dando un indirizzo di valenza nazionale, come auspicato dallo stesso ministro, ed evitando che ogni regione proceda in autonomia. L’intesa prevede l’obbligo per i medici di base di svolgere nelle Case della Comunità fino a un massimo di 6 ore settimanali, per 48 settimane annue con l’ipotesi di un compenso orario di 40 euro. Questo intervento si somma in via residuale all’obbligo per i medici già a rapporto orario di coprire i turni notturni, festivi e del sabato, se richiesto dall’Azienda sanitaria. Saranno infatti le singole Aziende sanitarie a determinare il proprio fabbisogno e a distribuirlo in modo equo tra i medici, nei limiti delle risorse economiche individuate, garantendo comunque una presenza minima di almeno un medico in ogni casa di comunità. Nei giorni scorsi, Schillaci ha anche aperto alla possibilità che nelle Case di comunità possano operare, su base volontaria e al di fuori dell’orario di lavoro, pure i medici ospedalieri, eliminando alcune incompatibilità.
Via libera della Fimmg, no di Smi e Snami
di Luce verde all’accordo da parte del maggiore dei sindacati dei medici di famiglia, la Fimmg, secondo cui prevale in questo modo il senso di responsabilità da parte della categoria. Perché “in questa fase – spiega il sindacato – è necessario tenere insieme più esigenze: la sostenibilità del lavoro dei medici di medicina generale, la necessità del Paese di raggiungere gli obiettivi previsti dal Pnrr e il dovere di evitare la restituzione di risorse che avrebbe conseguenze pesantissime sul finanziamento del Servizio sanitario nazionale e, quindi, sui cittadini”. Sul fronte opposto le sigle sindacali Smi e Snami, che annunciano che domani non firmeranno l’intesa. E’ in atto, denuncia lo Smi, “uno stravolgimento della natura giuridica del rapporto di lavoro che attualmente disciplina l’esercizio della professione di medico di medicina generale con il Servizio Sanitario Nazionale nell’alveo della libera professione convenzionata”.
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