Cultura

The Haunted Youth – Boys Cry Too

C’è un prima e un dopo nel percorso di Joachim Liebens. Con “Dawn Of The Freak”, il progetto belga con il moniker The Haunted Youth aveva costruito un piccolo universo di fragilità sospesa, synth sognanti e una sensibilità bedroom-pop che aveva conquistato una fanbase fedele e appassionata. Con il sophomore “Boys Cry Too”, uscito lo scorso 8 maggio via Play It Again Sam, ci si trova su territori inesplorati per Liebens che egli stesso racconta con un’immagine perfetta: se sul disco d’esordio si sentiva come un bambino, quasi cantasse filastrocche fragili in cerca d’attenzione, ora ammette di essere “angsty”, pronto a “sfondare porte”.

Credit: press

Dove il debutto sussurrava, questo disco urla. I synth eterei cedono il passo a chitarre distorte e batteria live, strumenti che portano il suono fuori dalla cameretta e dentro qualcosa di più viscerale. Ma la trovata più interessante non è solo sonora ma strutturale. Difatti, Liebens ha costruito il disco come un arco emotivo in due tempi, dove la prima metà racconta il ragazzo che si chiude, alza muri, diventa paranoico e aggressivo dopo una rottura, mentre la seconda capovolge tutto, aprendosi alla vulnerabilità che lui stesso vuole sottrarre allo stigma maschile.

L’apertura con “in my head” – otto minuti che si dilatano lentamente prima di esplodere – stabilisce le coordinate di questo primo movimento rabbioso. “castlevania” ne è forse il vertice: lo stesso Liebens la descrive come il punto d’incontro tra Nirvana, Alice In Chains e il “Loveless” dei My Bloody Valentine, e l’etichetta calza a pennello. Il primo singolo estratto, “deathwish”, insieme al cantautore di base a Orlando Max Fry (anche a supporto del tour), resta il singolo guida giusto, una sorta di ruggito autodistruttivo che apre le porte al resto del disco.

Superato il giro di boa, “emo song”, “wake up” e “hurt” rivelano il cuore più soft del progetto, capace di passare dalla bellezza cristallina alla distorsione in pochi accordi, dove “murder me” si immerge in un goth grunge grezzo, e “falling to pieces” in un’epica strumentale psichedelica quasi annichilente, mentre “i hear voices” sorprende con un’energia post-punk debitrice ai New Order, insieme alla tiratissimo pop di “forget me” che richiama al mood del debutto. Chiude l’acustica “ghost girl”, malinconica come l’ultima sigaretta dopo una notte difficile.

Curiosamente, dietro la scrittura ruvida e diretta dei testi non c’è solo rock: Liebens ha dichiarato di aver ascoltato molto hip hop ed emo-rap (Lil Peep su tutti) durante la composizione, cercando frasi che colpiscano subito invece di cercare risoluzione. Si spiega così probabilmente l’immediatezza quasi aforistica di certi versi, lontana dalla narrazione più sfumata di “Dawn Of The Freak”.

“Boys Cry Too” – definito da Liebens scherzosamente il suo “film punk rock di formazione anni ’80” – pur non avendo quello slancio immediato che ha caratterizzato l’album d’ esordio, si dimostra un passo avanti coraggioso e ben costruito per un disco che affronta la vulnerabilità maschile senza pudore. Liebens non chiede permesso. E fa bene.


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