Little Barrie – Gravity Freeze
I Little Barrie confermano, con le nove tracce di “Gravity Freeze”, di essere i maestri incontrastati del sound vintage. C’è forse un pizzico di manierismo nel loro voler suonare a tutti i costi come un trio nato e cresciuto negli anni Settanta. Ma il loro blues rock, per quanto legato a stilemi che più antichi non si può, è vivo e dinamico, innervato di conturbanti sfumature garage, surf, psych, funk e krautrock che rappresentano il sale di una proposta musicale essenziale ma speziatissima.

Il merito principale va alla chitarra super-espressiva di Barrie Cadogan, uno dei più grandi turnisti inglesi in attività, capace di costruire nel corso degli anni un suono tutto suo sfruttando gli infiniti colori della sei corde, senza mai strafare sul versante tecnico – nel quale comunque eccelle, andando ben oltre la solita pentatonica blues.
A fargli compagnia troviamo il bassista Lewis Wharton e il batterista Tony Coote, al suo esordio con la band dopo la collaborazione con Malcolm Catto nelle più recenti uscite “Quatermass Seven” ed “Electric War”. La sezione ritmica, col suo groove solo in apparenza essenziale, fa da tappeto perfetto alle evoluzioni chitarristiche di Cadogan, che in ogni brano riesce a dar forma compiuta a universi sonori fatti di sogni e ombre.
Il blues rock dei Little Barrie è notturno ed elegante: nonostante la persistente vena malinconica, che emerge soprattutto grazie alla voce delicata e sussurrata del leader, l’ascoltatore non si trova mai avvolto nelle tenebre. L’obiettivo è sedurre il pubblico, e “Gravity Freeze” ci riesce pienamente; la musica è al tempo stesso sensuale e intossicante, come una nuvola di fumo psichedelico in cui galleggiare fino a dimenticare il mondo circostante.
L’album ideale da ascoltare quando ci si vuole allontanare da tutto e da tutti, per perdersi nella fantasia di un trio che sa dire molto sfruttando pochi elementi e tanta immaginazione: la stessa che nasce dall’improvvisazione pura e che la band non “pompa” in studio, lasciandola libera di fluire nello spazio come al centro di una jam session ai confini della realtà.
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