La scuola non è un parcheggio, è il cuore del villaggio. Ma va ricostruita da dentro. Lettera

Inviata da Nicola Capussela – Gentile Redazione, c’è un grande malinteso che avvolge il mondo della scuola, un pregiudizio che riaffiora puntuale ogni estate: l’idea che a giugno i cancelli si chiudano e tutto si congeli fino a metà settembre. Non è così.
La scuola non è una scatola vuota che si accende e si spegne con un interruttore, e non è una proprietà privata dei docenti. È un organo vivo. Eppure, oggi è un organo che viaggia a due velocità, schiacciato tra le necessità delle famiglie e un’organizzazione burocratica che sembra progettata per non far funzionare le cose.
Partiamo da quello che non si vede, il vero “dietro le quinte” della scuola. Chi è fuori da questo mondo pensa che a settembre la campanella suoni per magia. La realtà è che dietro quel giorno c’è un lavoro sommerso: bisogna incastrare gli orari di centinaia di professori, pianificare l’accoglienza degli alunni con disabilità, formare il personale e programmare la didattica dell’intero anno. Un lavoro enorme che andrebbe costruito “dal basso”, mese dopo mese, durante l’anno precedente.
Invece, cosa succede? Il sistema italiano si scontra con un paradosso temporale. Per contratto, i docenti hanno 32 giorni di ferie che, per ovvie ragioni di calendario, si
concentrano tra il 1° luglio e il 31 agosto. Il 1° settembre la scuola riapre ufficialmente per il personale, e a metà settembre arrivano gli studenti. Significa che l’intero anno scolastico viene pianificato in appena due settimane, quelle che vanno dal 1° settembre al primo giorno di lezione. È un’utopia burocratica. È come pretendere che un teatro metta in scena la prima di un’opera complessa avendo a disposizione solo poche prove generali, dopo che il sipario è rimasto chiuso per due mesi.
Se vogliamo che la scuola riparta davvero, dobbiamo ripensare i tempi della formazione e della burocrazia. Ma dobbiamo anche ripensare gli spazi. La scuola deve tornare a essere “la chiesa in mezzo al villaggio”, il centro pulsante di una comunità. I suoi locali appartengono alla collettività e quando finisce la didattica, le aule e i cortili non dovrebbero trasformarsi in deserti urbani, ma continuare a fare “scuola” con modalità diverse, aperti al territorio e gestiti da figure professionali diverse, come educatori,
associazioni e professionisti del terzo settore.
Oggi, invece, le famiglie si trovano sole. L’Italia è il Paese europeo con più giorni di scuola (circa 200), ma concentrati in un blocco unico che lascia i genitori scoperti per tre mesi. Guardiamo spesso alla Francia, dove ogni mese e mezzo ci sono 10 giorni di pausa e si va a scuola fino a fine giugno. Ma siamo onesti… Esportare quel modello in Italia, così come siamo messi ora, sarebbe un disastro. Senza servizi e senza una riforma del lavoro, ogni pausa didattica diventerebbe l’ennesimo “punto e a capo” sulle spalle dei genitori.
La verità è che viviamo in uno Stato che non tutela le famiglie. Uno Stato che non vuole cittadini da far crescere, ma puramente lavoratori da incastrare in un ingranaggio produttivo. Dove sono la parità reale nel congedo familiare o le tutele per la carriera delle donne, ancora oggi penalizzate non appena scelgono di avere un figlio?
Non abbiamo bisogno di ricette copia-incolla dall’estero. Abbiamo bisogno che lo Stato riconosca che la gestione dei figli non è un problema privato da risolvere con l’equazione “nonni + centri estivi a pagamento”, ma un investimento collettivo.
Apriamo quelle porte, liberiamo la scuola dalla morsa della burocrazia dell’ultimo minuto e restituiamola, viva e aperta tutto l’anno, al centro della nostra società.
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